22/06/2010 Una citazione di Stefano Zamagni nelle tracce del tema dell'esame di maturità
Da Primo Levi alle foibe passando per il piacere, la ricerca della felicità, il ruolo dei giovani nella storia e nella politica per finire con la riflessione sull’esistenza degli Ufo e l’utilità della musica. Sono queste le coordinate delle tracce che gli studenti alle prese con il cosiddetto esame di maturità si sono trovati davanti. Tra le proposte quella dedicata all’ambito socio-economico chiedeva di sviluppare un argomento quale “La ricerca della felicità” e tra i documenti offerti alla riflessione degli studenti, accanto all’articolo 3 della Costituzione italiana e alla dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (che pone tra i diritti inalienabili «il perseguimento della felicità»), tre brani tratti da Zygmunt Bauman, Mauro Maggioni e Michele Pellizzari e infine, Stefano Zamagni, economista e presidente dell’Agenzia della Onlus.
A ben guardare per gli studenti non deve essere stato certo facile muoversi all’interno della documentazione offerta: passare da dichiarazioni di principio come le Costituzione italiana e la dichiarazione d’indipendenza Usa alle riflessioni filosofico economiche e sociali di Bauman e Zamagni. O ancora, basarsi sull’articolo di Maggioni e Pellizzari “Alti e bassi dell’economia della felicità”, pubblicato da La Stampa nel 2003.
La riflessione di Stefano Zamagni, tratta dal libro “Avarizia. La passione dell’avere”, offre un punto di vista molto concreto: «Mentre sappiamo che si può essere perfetti massimizzatori anche in solitudine, per essere felici occorre essere almeno in due». Ovvero la felicità è più facilmente raggiungibile grazie a una serie di azioni, o meglio interazioni tra persone che nascono dal non essere strumentali, anzi dall’essere gratuite. E l’avaro? Infelice, innanzitutto perché è “tirchio” con se stesso. L’agire sociale, in pratica, è uno strumento utile per cercare la felicità e ottenerla.
Fonte: www.vita.it
Ecco la citazione inserita tra le tracce del saggio breve in ambito socio-economico dedicato a "La ricerca della felicità":
«Il tradimento dell’individualismo sta tutto qui: nel far creder che per essere felici basti aumentare le utilità.
Mentre sappiamo che si può essere dei perfetti massimizzatori di utilità anche in solitudine, per essere felici
occorre essere almeno in due. La riduzione della categoria della felicità a quella della utilità è all’origine della
credenza secondo cui l’avaro sarebbe, dopotutto, un soggetto razionale. Eppure un gran numero di interazioni
sociali acquistano significato unicamente grazie all’assenza di strumentalità. Il senso di un’azione cortese o
generosa verso un amico, un figlio, un collega sta proprio nel suo essere gratuita. Se venissimo a sapere che
quell’azione scaturisce da una logica di tipo utilitaristico e manipolatorio, essa acquisterebbe un senso totalmente
diverso, con il che verrebbero a mutare i modi di risposta da parte dei destinatari dell’azione. Il Chicago man –
come Daniel McFadden ha recentemente chiamato la versione più aggiornata dell’homo oeconomicus – è un
isolato, un solitario e dunque un infelice, tanto più egli si preoccupa degli altri, dal momento che questa
sollecitudine altro non è che un’idiosincrasia delle sue preferenze. [...] Adesso finalmente comprendiamo perché
l’avaro non riesce ad essere felice: perché è tirchio prima di tutto con se stesso; perché nega a se stesso quel
valore di legame che la messa in pratica del principio di reciprocità potrebbe assicuragli.»
Stefano ZAMAGNI, Avarizia. La passione dell’avere, Bologna 2009