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Appunti per una definizione di welfare culturale

Articolo di Pier Luigi Sacco, membro della Commissione Scientifica di AICCON e docente di Economia della Cultura all’Università IULM.

Il lavoro corale sul termine avviato dal Giornale delle Fondazioni si arricchisce con Pier Luigi Sacco, uno dei primi ad avere acceso nel nostro paese riflessioni sulla relazione tra economia civile ed economia della cultura.  I suoi primi contributi in Italia sul tema risalgono al 2011, dal progetto di candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura, che tra i temi cardine aveva lo sviluppo della relazione virtuosa tra partecipazione culturale attiva e ben-essere. Cosa significa oggi parlare nel nostro paese di processi di  cultural welfare based, tema che si riscontra in numerosi documenti programmatici di sviluppo locale?

Il termine ‘welfare culturale’ sta acquistando una certa popolarità nel dibattito italiano sulle politiche culturali, che sembra avere sempre bisogno di parole chiave da utilizzare come passepartout comunicativi, ma che non sempre esprime una sufficiente attenzione verso il loro senso e soprattutto i loro presupposti concettuali.
Nel caso del welfare culturale, questo pericolo è particolarmente serio. L’accostamento tra welfare e cultura è sicuramente accattivante, ma un uso troppo disinvolto di questa terminologia può facilmente finire per svuotarla di senso, depotenziando così una sfera di azione che al contrario può acquistare grande significato nelle politiche future, culturali e non solo, a livello italiano, europeo e globale.
Parlare di welfare culturale vuol dire, in ultima analisi, inserire in modo appropriato ed efficace i processi di produzione e disseminazione culturale all’interno di un sistema di welfare e quindi farli diventare parte integrante dei servizi socio-assistenziali e sanitari che garantiscono ai cittadini le forme di cura e accompagnamento necessarie al superamento di criticità legate alla salute, all’invecchiamento, alle disabilità, all’integrazione sociale e a tutte le problematiche a cui si associa il riconoscimento di un dovere di tutela sociale.
In una prospettiva di welfare culturale, inoltre, acquista grande importanza il tema della prevenzione e dell’attenzione agli stili di vita, in linea con una concezione della salute intesa non come assenza di patologie, ma come piena capacità di espressione individuale basata su un’armonia eudaimonica tra mente e corpo che si traduce anche in una resilienza rispetto agli stressori ambientali.  La ricerca recente mostra chiaramente come le situazioni di disagio sociale ed economico, già a partire dall’infanzia, abbiano una forte valenza patogena, ancora largamente sottovalutata, che richiede di essere affrontata anche attraverso approcci  complementari particolarmente sensibili alla dimensione psico-somatica, come appunto quelli centrati sugli effetti neuro-endocrini delle esperienze culturali.

Per quanto semplice nella sua formulazione più immediata, la nozione di welfare culturale è piuttosto complessa nella sua declinazione sia concettuale che pratica, in quanto le condizioni di funzionamento e sostenibilità dei sistemi di welfare e i tanti dilemmi di policy ad esse associati, rappresentano uno dei temi più difficili, controversi e dibattuti delle scienze e delle politiche sociali contemporanee.
I temi del welfare culturale  riguardano con uguale forza e rilevanza i professionisti che lavorano all’interno del sistema socio-sanitario Il tema del burnout del personale , tutte le delicate questioni relative alla costruzione della relazione medico-paziente e all’umanizzazione del rapporto di cura e quindi lo sviluppo delle competenze socio-psicologiche necessarie all’efficace esercizio delle professioni della cura sono campi elettivi nei quali un approccio a base culturale può dare risultati importanti, come testimonia il rapido, importante sviluppo delle medical humanities.

La ricchezza delle esperienze e delle sperimentazioni in corso nel nostro Paese crea in questo senso le condizioni per un salto di qualità che può posizionarci sulla frontiera delle esperienze europee, ma perché ciò accada si richiede uno sforzo preciso ed efficace soprattutto in termini di integrazione tra politiche culturali e socio-sanitarie che diano alle esperienze in corso le necessarie basi di solidità e continuità. E ciò implica anche che i temi dell’alta formazione e del lifelong learning, non limitato alla sfera tecnica ma centrato anche sulle competenze socio-relazionali, vadano di conseguenza considerati non come un aspetto complementare e fungibile, ma come un pilastro del percorso formativo e di aggiornamento dei professionisti della cura.

Alla base di una corretta impostazione del tema c’è quindi una precisa, seria riflessione sulle condizioni che permettono ai processi di produzione e disseminazione culturale di offrire soluzioni concrete alle problematiche tipiche del welfare. Un intervento appropriato non può quindi che prendere le mosse da una consapevolezza delle basi scientifiche e dei risultati della ricerca che studia le relazioni tra partecipazione culturale e salute, benessere psicologico, coesione sociale, empowerment individuale e sociale, e così via.
Promuovere semplicemente iniziative di animazione culturale in ambiti che coinvolgono soggetti vulnerabili, deboli o marginali non è quindi una condizione sufficiente per poter parlare di welfare culturale. Tali forme di animazione esistono da decenni se non da secoli, ma se non sono inserite all’interno di una precisa strategia di soluzione a problematiche specifiche di welfare, soprattutto ora che stanno sviluppando una progettualità e un respiro comunitario senza precedenti, rischiano di non esprimere pienamente il loro potenziale e di esaurire nel tempo la loro spinta innovativa senza riuscire a sedimentarsi profondamente nel tessuto sociale ed istituzionale del nostro Paese.  Non possiamo quindi accontentarci di una collezione di esperienze meritorie per parlare ipso facto di welfare culturale come di una realtà già pienamente realizzata: l’effetto pratico sarebbe infatti quello di dare il messaggio che, di fatto, il welfare culturale esiste già ed è soltanto uno dei tanti modi in cui si possono definire delle forme tutto sommato note o addirittura convenzionali di iniziativa culturale ed artistica.
Per parlare di welfare culturale occorre quindi considerare progetti ed iniziative che arrivino a coinvolgere in modo esplicito e consapevole anche i soggetti istituzionali che fanno parte del sistema del welfare – aziende sanitarie, amministrazioni locali, centri e organizzazioni di assistenza e di cura, e così via. E nella misura in cui, come è possibile e prevedibile, tali soggetti non si mostrino sufficientemente sensibili e reattivi agli stimoli che arrivano dall’innovazione sociale dal basso, diventerà necessario dirigere almeno in parte la spinta trasformativa di quest’ultima proprio verso lo sviluppo di modalità di coinvolgimento efficace delle realtà istituzionali stesse.
Occorre anche che tali iniziative siano concepite e implementate con una logica di programmazione che sia integrata e interfacciabile con tutti i processi in cui si esplica il funzionamento dei sistemi di welfare e che assumano in modo sempre più chiaro ed esplicito lo status di terapie complementari, da inserire all’interno di una visione olistica della cura, con il supporto di una base di sperimentazione clinica e di best practices sempre più ampia e solida.
Si comprende quindi come il passaggio decisivo, da questo punto di vista, sia quello di legittimare le forme di progettualità culturale più efficaci allo scopo come parte integrante della missione di tali istituzioni, piuttosto che come iniziative marginali ed occasionali di carattere residuale, dal punto di vista delle risorse umane, finanziarie e materiali.
In questo momento sarebbe eccessivo immaginare che tutto possa avvenire nell’immediato, ma per quanto sia necessario procedere per gradi bisogna essere consapevoli del fatto che senza una progettualità ambiziosa e orientata da una visione di lungo termine non è possibile nemmeno uno sviluppo organico delle iniziative di breve termine (basta pensare a quanto influiscano oggi sulla nostra quotidianità sfide secolari e centrali per le tematiche del welfare culturale come le migrazioni, l’invecchiamento attivo o le trappole di povertà socio-educativa).

Gran parte delle sperimentazioni e delle ricerche che danno fondamento a una visione matura e compiuta di welfare culturale sono molto recenti e tuttora in corso di svolgimento, e quindi, in un certo senso, possiamo dire che, per quanto riguarda il welfare culturale, il futuro si costruisce ora o semplicemente non si costruisce.
E’ quindi fondamentale che le esperienze pilota siano portate all’attenzione delle istituzioni, della società civile, e degli stessi professionisti dell’arte e della cultura che in questa fase possono giocare un ruolo fondamentale nel condure sperimentazioni che amplino significativamente il repertorio di pratiche ed esperienze da mettere a frutto con il progressivo aprirsi di spazi concreti di lavoro in questo ambito.
Sarebbe peraltro sbagliato pensare che, per quanto il percorso sia ancora in una fase embrionale, le esperienze finora condotte nel campo siano rare e frammentarie. Al contrario, si tratta come già osservato di un repertorio di esperienze ricco e consolidato in molti ambiti in continua crescita, ma ancora non abbastanza conosciuto. E in particolare l’Italia, rispetto ad altri paesi nei quali l’approccio si è diffuso più precocemente e con maggiore riconoscimento istituzionale come ad esempio la Finlandia, presenta in particolare una notevole vivacità di iniziativa dal basso e una forte carica di innovazione sociale, aspetti che invece nei paesi nordici, dove pure la prospettiva del welfare culturale è ormai abbastanza radicata, sono relativamente trascurati a vantaggio di un approccio top-down, tutto centrato sull’iniziativa pubblica, ma proprio per questo relativamente rigido e burocratico.
L’Italia potrebbe quindi configurarsi come un paese leader a livello europeo, e forse anche globale, proprio in quanto nodo di sperimentazione e di innovazione dal basso, alla luce di una ritrovata alleanza terapeutica tra chi cura e chi è curato, centrata sulla riscoperta della dimensione di senso insita in un approccio eudaimonico alla salute, che viene appunto esaltata dall’esperienza culturale.
Un ulteriore passaggio decisivo è poi quello della creazione di una reale piattaforma di dialogo, scambio e co-progettazione tra professionisti dell’arte e della cultura e professionisti ed esperti della sanità e dell’assistenza sociale. E’ un tema spinoso e denso di difficoltà, in quanto richiede il superamento di forti barriere linguistiche e concettuali da ambedue le parti.
Dal punto di vista della cultura, l’intervento in ambito socio-sanitario potrebbe essere visto da alcuni come un esito riduttivo rispetto alle forme tradizionali di sviluppo e legittimazione della propria professionalità creativa, come una sorta di soluzione di ripiego rispetto agli obiettivi e alle tappe canoniche del processo di legittimazione ‘interno’ alle istituzioni del rispettivo sistema culturale – anche se sarebbe sufficiente fare attenzione a quanto è accaduto negli ultimi anni nei migliori dipartimenti educativi delle istituzioni culturali italiane per rendersi conto di quanto tale punto di vista rifletta una sostanziale, grave miopia rispetto alla realtà dei fatti. Dal punto di vista della sanità e del servizio sociale, viceversa, la progettualità culturale potrebbe essere considerata come una attività palliativa, marginale, sganciata dal nucleo delle azioni e delle competenze realmente necessarie per la realizzazione efficace dei servizi di cura ed assistenza che sono al centro della missione dei sistemi di welfare.
Per superare queste reciproche riserve mentali, che possono facilmente produrre incomprensioni gravi e quindi compromettere anche l’efficacia delle azioni meglio progettate, occorre quindi in primo luogo un lavoro fondazionale che non si rivolga soltanto ai soggetti destinatari dei servizi, ma in primo luogo agli operatori stessi e fornisca questi ultimi delle nozioni e delle skill necessarie per un’integrazione piena delle nuove pratiche all’interno della propria sfera di competenza e responsabilità professionale.

Non commettiamo quindi l’errore tipico, e spesso fatale, di tante, troppe progettualità culturali, quello di anteporre le ragioni della comunicazione (in quanto forma ready made di legittimazione sociale ed istituzionale per il perseguimento di piccoli obiettivi tattici di breve termine) a quelle della progettualità e, ancora prima, della ricerca e della sperimentazione. Usiamo questa terminologia con consapevolezza e senso di responsabilità. Diamogli lo spazio e il tempo di cui ha bisogno per crescere, maturare il proprio apparato di concetti e competenze, e per trovare una sua collocazione opportuna dove può davvero fare la differenza, cioè nel cuore dei sistemi di welfare dei prossimi decenni. Per raggiungere questo scopo, occorre soprattutto lavorare, sperimentare con rigore, generosità e coraggio, e soprattutto persistere rispetto alle tante difficoltà che ci aspettano. Perché in questo caso ne vale sicuramente la pena, se crediamo in una società più inclusiva, più equa, e più capace di dare risposte di senso a qualcuna delle tante problematiche della vita umana.

FONTE: ilgiornaledellefondazioni.com