La prova del nove della nuova impresa sociale
18 luglio 2017

Ciò che è bene per la società, lo è anche per l’impresa

Articolo di Stefano Zamagni, Presidente Commissione Scientifica AICCON


Oggi abbiamo bisogno di parlare di responsabilità civile dell’impresa perché le dimensioni culturali, politiche, sociali dell’ambiente in cui l’impresa opera, sono essenziali per il suo successo. La stagione della società taylorista, in cui la governabilità dell’azienda era tutto quel che si chiedeva al management è alle nostre spalle. La concezione che separa i fatti dai valori, i risultati dall’etica, le motivazioni estrinseche da quelle intrinseche di chi lavora, è diventata una palla al piede. Concepire l’impresa come merce che può essere comprata e venduta significa dimenticare che le imprese in quanto organizzazioni alle quali la società assegna il compito di trasferire valori e generare aspettative di progresso, caratterizzano sempre più il panorama sociale, rimpiazzando altre forme di aggregazione. Non esserne al corrente significa ignorare il potere che chi guida l’impresa ha nel forgiare il carattere di un numero ragguardevole di persone.

Per questo Confindustria Canavese, Fondazione Adriano Olivetti, Legambiente, AidaPartners Ogilvy Pr, Message Group, Pubblico08, Mercatino e Aeg, hanno fondato Il Quinto Ampliamento, associazione che si propone di sviluppare un modello di fare impresa basato sui princìpi dell’Economia Civile. La cosa va salutata con simpatia perché l’associazionismo d’impresa è un fattore di crescita del capitale sociale di tipo bridging e poi perché l’associazione vuole rinverdire, adeguandolo ai tempi, il modo (non tanto il modello) di fare impresa di Adriano Olivetti, intendendola come agente di trasformazione non solo economica, ma anche sociale e civile.

L’impresa socialmente responsabile ha conseguito traguardi importanti sul fronte della civilizzazione del mercato. Ma non basta.

Già oggi, e sempre più nel prossimo futuro, all’impresa si chiederà non solo di produrre ricchezza in modo socialmente accettabile, ma anche di concorrere, assieme allo Stato e alla società civile, a ridisegnare l’assetto economico-istituzionale ereditato dal passato. Non ha più senso chiedere all’impresa il rispetto di regole del gioco “date” – le istituzioni economiche altro non sono nella sostanza che le regole del gioco economico. Quel che in più si chiede è che l’impresa accetti di contribuire a riscrivere le regole diventate obsolete oppure non capaci di assicurare la sostenibilità dello sviluppo.

Come hanno mostrato Acemoglu e Robinson (2012), esistono istituzioni economiche estrattive e inclusive. Le prime favoriscono la trasformazione del valore aggiunto creato dall’attività produttiva in rendita parassitaria o spingono l’allocazione delle risorse verso impieghi improduttivi. Le seconde tendono a facilitare l’inclusione nel processo produttivo di tutte le risorse, soprattutto di lavoro, assicurando il rispetto dei diritti umani e la riduzione delle disuguaglianze. L’impresa civilmente responsabile è quella che si adopera per accelerare il passaggio da un assetto estrattivo a uno di tipo inclusivo.

Oggi sappiamo che il successo dell’impresa procede di pari passo con quello del territorio di cui è parte.

Se quest’ultimo non è in grado di assicurare adeguati livelli di istruzione e salute, di rendere compatibili tempi di vita familiare e tempi di lavoro, e così via, l’impresa mai potrà conseguire successi duraturi. Ecco perché l’impresa civile non può non pensare allo sviluppo del territorio.

Siamo alla vigilia di una nuova stagione che si caratterizza per il rifiuto di un modello basato sullo sfruttamento in favore di un modello centrato sulla valorizzazione di tutte le tipologie di capitale, a cominciare da quello umano. Perché il “come” si genera profitto è altrettanto importante del “quanto” se ne produce.

Per dirla con una battuta, il passaggio cui stiamo assistendo è quello dalla concezione secondo cui «ciò che è bene per l’impresa è bene per la società», alla concezione per cui «ciò che è bene per la società, è bene per l’impresa».

Il Quinto Ampliamento vuole operare perché l’economia di mercato torni a essere civile. Come ha scritto G. K. Chesterton: «Tutta la differenza tra costruzione e creazione è questa: una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita, ma una cosa creata si ama prima di farla esistere». Olivetti è stato un imprenditore creatore in questo senso.

Fonte: Il Sole 24 Ore