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Il vero impatto delle buone azioni

Articolo di Elio Silva, Il Sole 24 Ore

Uno dei terreni sui quali sta diventando sempre più evidente e marcata la contaminazione tra profit e non profit è l’ attenzione per l’ impatto sociale delle attività e, come conseguenza, la cura dei processi di misurazione. Ovviamente, come ogni accostamento tra sfera del profitto e area della gratuità, anche questo parallelismo sconta una inevitabile forzatura, perché va da sé che i principi ispiratori, le finalità, gli strumenti e i metodi sono ampiamente diversi. Così, parlare di sostenibilità dei processi produttivi per un’ azienda, oppure di impatto sociale per un fondo di investimento che si sia dato una strategia ancorata a criteri Esg di rispetto ambientale, sociale e di governance, non ha una connessione formale e diretta con il tema della valutazione di impatto sociale delle attività non profit. Va riconosciuto, però, che alla base di questi trend – in alcune aree più robusti, in altre appena accennati – c’ è il medesimo meccanismo, ossia lo spostamento del focus strategico dal risultato (effetto a breve termine) all’ impatto (conseguenze a medio-lungo termine). Le definizioni e le metriche, poi, prendono strade diverse, ma la consapevolezza di dover misurare e governare il cambiamento che si sta producendo è la stessa.

Questa logica si ritrova, non a caso, anche nella finanza pubblica, visto che dallo scorso anno sono stati introdotti nel Def alcuni indicatori di impattosociale, ispirati alla griglia del Bes, benessere equo e sostenibile. E la sensibilità è particolarmente diffusa tra le organizzazioni del Terzo settore, che hanno compreso come la finalità di bene non sia di per sé una patente automatica di promozione. Per dare realmente valore a ciò che si è fatto occorre misurarne gli effetti nel tempo, nei territori e presso le comunità interessate.
A rafforzare il fenomeno è giunta, poi, la riforma del Terzo settore, che richiama più volte, in particolare nel nuovo Codice e nel decreto legislativo sull’ impresa sociale, la formula della «Vis», valutazione di impatto sociale. Presso il ministero del Welfare è stato anche costituito un “tavolo” tecnico, presieduto dall’ economista Stefano Zamagni, con il compito di emanare linee guida di riferimento per gli enti.

Si può dire, allora, che stiamo assistendo a una vera e propria svolta culturale per il non profit, chiamato a evolvere da una logica di mera rendicontazione di ciò che è stato fatto a una dimostrazione di efficacia delle attività? I segnali sono importanti, ma al tempo stesso la cautela è d’ obbligo. Secondo Paolo Venturi, direttore di Aiccon, associazione per la cooperazione e il non profit promossa dall’ università di Bologna insieme all’ Alleanza delle cooperative italiane, «nel nostro Paese la cultura della valutazione non è ancora così forte, anche se ci sono molte best practices che vedono all’ avanguardia soprattutto l’ imprenditorialità sociale e il non profit che partecipa ai bandi».

«Il punto è – spiega Venturi – che alla valutazione di impatto è bene arrivare, ma per scelta, non certo imponendo nuovi obblighi. Anche perché, obiettivamente, non possono esistere indicatori validi per tutti: troppo diverse le tipologie degli enti, le dimensioni, le relazioni con i rispettivi stakeholder. Per questo la strada da incoraggiare è sicuramente quella dell’ autovalutazione, con punti di riferimento in particolare a livello di metodo, ma senza caricare le strutture di ulteriori complessità burocratiche». Insomma niente pagelle, ma «una spinta intenzionale per dare valore alla biodiversità del Terzo settore».

In questa direzione è orientato anche il “tavolo” presso il ministero del Welfare, che sta ultimando la redazione delle linee guida. «La nostra intenzione – spiega il presidente Zamagni – è quella di rendere le organizzazioni protagoniste del modello con cui misurare la propria efficacia. Innanzitutto dovrà trattarsi di una libera scelta, a meno che gli enti non partecipino a bandi pubblici o sovranazionali, nel qual caso già oggi vengono normalmente richiesti di fornire una valutazione di impatto. In secondo luogo sarà l’ organizzazione stessa a scegliere la metrica più adatta, mentre fino a oggi erano generalmente gli enti erogatori, sia pubblici che privati, a poter dettare i parametri su cui i candidati dovevano rendicontare. Tutto questo – conclude Zamagni – consentirà di rendere la valutazione di impatto più coerente con la finalità sociale perseguita, utilizzando anche parametri adatti a misurare valori non quantitativi, come è necessario parlando di beni relazionali».

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore