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La condivisione è economia di mercato

Articolo di Paolo Venturi, Direttore Aiccon, e Flaviano Zandonai, Segretario Generale Iris Network

Una confusione di pensiero, all’origine di gravi equivoci e quindi di inutili dibattiti, è quella che tende ad identificare, sovrapponendole, economia di mercato ed economia capitalistica. A partire dalla fine del XIII secolo e fino alla metà del XVI secolo, come ampiamente descritto da Bruni e Zamagni (Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, 2004, Il Mulino, Bologna), in Umbria e Toscana andò a costituirsi quel modello di ordine sociale per il quale il nostro paese è giustamente famoso nel mondo e che è noto come “civiltà cittadina”, modello che ha fra i suoi promotori quelli che Garin (1947) e Pocock (1995) hanno chiamato “umanisti civili” (fra questi giova ricordare Benedetto Cotrugli, il cui trattato “Della mercatura e del mercante perfetto” risale alla metà del ‘400).

Recuperare queste fonti è indispensabile perché al centro del modello di “civiltà cittadina” (primo prototipo di economia urbana dove civitas e urbs si fondevano) vi è proprio l’economia di mercato nella forma da noi intesa oggi. Ma quali erano le caratteristiche del mercato? Usando le categorie di un celebre saggio di Zamagni (Per una teoria economico-civile dell’impresa cooperativa, 2005, Il Mulino, Bologna), tre sono i pilastri che identificano e sorreggono l’economia di mercato fin dai suoi albori.

“[…] Il primo è la divisione del lavoro, intesa come principio organizzativo per consentire a tutti, anche ai meno dotati, di svolgere un’attività lavorativa. […] Al tempo stesso, la divisione del lavoro migliora la produttività attraverso la specializzazione e obbliga di fatto gli uomini a sentirsi reciprocamente vincolati gli uni agli altri. È sulla base di questa constatazione che viene elaborato il principio di reciprocità a complemento e come controbilanciamento del principio dello scambio di equivalenti (di valore), già noto dai tempi della Scolastica.

[…] Il secondo pilastro è la posizione di primo piano che assume nell’agire economico la nozione di sviluppo e, di conseguenza, quella di accumulazione. Non è solo per far fronte ad emergenze future che si deve accumulare ricchezza, ma anche per dovere di responsabilità nei confronti delle generazioni future. Una parte quindi del sovrappiù sociale deve essere destinata ad investimenti produttivi, quelli cioè che allargano la base produttiva ed il cui senso profondo è quello di trasformare quello economico da gioco a somma zero a gioco a somma positiva. Nasce così l’organizzazione del lavoro manifatturiero e la messa in pratica di una sistematica formazione delle nuove leve attraverso l’apprendistato e l’incentivo al miglioramento della qualità dei prodotti con la richiesta del “capolavoro”.

[…] Il terzo pilastro, infine, dell’economia di mercato è la libertà d’impresa. Chi ha creatività, adeguata propensione al rischio e capacità di coordinare il lavoro altrui – sono queste le tre caratteristiche che definiscono la figura dell’imprenditore – deve essere lasciato libero di intraprendere, senza dover sottostare ad autorizzazioni preventive di sorta da parte del sovrano (o chi per lui) perché la “vita activa et negociosa” è un valore di per sé e non solo mezzo per altri fini.”

Solo dal ‘600 l’economia di mercato inizia a diventare economia capitalistica, anche se occorrerà attendere la rivoluzione industriale per registrare il trionfo definitivo del capitalismo come modello di ordine sociale. Ai tre pilastri di cui sopra si è detto, il capitalismo aggiungerà il “motivo del profitto” e cioè la finalizzazione di tutta l’attività produttiva ad un unico obiettivo, quello della massimizzazione del profitto da distribuire tra tutti i fornitori di capitale, in proporzione dei loro apporti. Sarà poi la rivoluzione industriale a consacrare il principio “fiat productio et pereat homo” che finirà con il sancire la separazione radicale tra conferitori di capitale e conferitori di lavoro.

Questo per ribadire che la logica del profitto, come oggi viene intesa, non è fondativa dell’economia di mercato, che invece nasce per essere una conversazione fra diversi nel quale interagiscono scambi e relazioni con diversa natura, ma tutti orientati al bene comune; solo dentro questa prospettiva si può cogliere il valore autentico della competizione, intesa come “cum-petere” ossia andare insieme/convergere verso un medesimo punto.

Le implicazioni di questo approccio al mercato sono di natura paradigmatica e non solo strategico-manageriale. In altri termini la transizione verso “imprese coesive e collaborative” non è una pratica riconducibile esclusivamente a scelte contingenti di management aziendale, così come il cooperare – cioè condividere mezzi e fini dell’azione – non si può ricondurre solo alle sue forme giuridiche e a settori definiti “sociali” per legge, ma arriva a ridefinire nuove soggettualità a metà fra profit e non profit.

Ma perché recuperare queste evidenze? Semplicemente per sostenere la tesi secondo cui la nascente affermazione di nuove forme d’impresa orientate alla condivisione e nuove forme di mutualismo, in molti casi nata come reazione o apparente dissoluzione del modello capitalistico, in nessun modo significherebbero la delegittimazione del mercato, anzi. A tal fine, pur non condividendo la sua teoria relativa alle organizzazioni non profit (visione residuale che indica nelle asimmetrie informative e nel “fallimento del mercato” l’origine della nascita delle ONP), giova ricordare l’affermazione di Hansmann (1996):“La libertà di impresa è una caratteristica essenziale delle più avanzate economie di mercato. Il capitalismo, al contrario, è contingente; è semplicemente quella particolare forma di proprietà dei patron che più spesso, ma non sempre, si dimostra efficiente sulla base delle tecnologie disponibili”.

Come a dire che l’economia di mercato è il genius di cui il capitalismo è solo una specie. Ovvero, che mentre quest’ultimo trova la sua legittimazione nel principio di efficienza, l’economia di mercato (nel suo significato originale) pone la sua legittimazione nel valore della libertà, integralmente intesa e promossa.

Articolo pubblicato su CheFare