15/06/2011 Un altro welfare: esperienze generative

Qual è il contributo allo sviluppo del territorio fornito dai soggetti del Terzo Settore? Come misurare questo contributo, anche in termini di coesione e innovazione sociale? Quali sono i meccanismi presenti in questi progetti che consentono la generazione di valore per la collettività?
Nella ricerca “Un altro welfare: esperienze generative” la Regione Emila Romagna si è posta come obiettivo quello di rispondere a queste domande, presentando 16 casi distribuiti su tutte le provincie che hanno già messo in atto una rete fra pubblico, privato e terzo settore nella costruzione di risposte ai bisogni del territorio.
L’Emilia-Romagna prova a indicare la via per un nuovo modello di welfare partendo dalle pratiche già presenti in regione. Si chiama non a caso “Un altro welfare: esperienze generative” la ricerca condotta dalla Regione Servizio Programmazione e sviluppo dei servizi sociali, Terzo settore, Servizio Civile e dal Nucleo valutazione e verifica investimenti pubblici insieme ad AICCON (Associazione italiana per la cultura della cooperazione e del non profit) e con il supporto tecnico di Ervet - agenzia in house della Regione ER. Nel corso del 2010 sono stati presi in esame 55 progetti indicati direttamente dai rappresentanti del terzo settore i e rappresentativi dal punto di vista dei contenuti, degli utenti e delle modalità operative. L’analisi ulteriore ha consentito di individuare quelli maggiormente significativi sul piano dell’innovazione. Si tratta di progetti che riescono a realizzare il modello del pluralismo societario teorizzato dallo studioso del welfare svedese Victor Pestoff, ovvero un sistema in cui i soggetti non profit, ma anche profit acquisiscono un ruolo importante nella creazione di servizi ma all’interno di una cornice dove il pubblico conserva il ruolo di regia e coordinamento. Secondo Pestoff, in un futuro che vedrà la spesa pubblica arretrare sempre di più, il pluralismo societario è l’unica alternativa a un modello di welfare basato sulla privatizzazione estrema (in cui in pratica il privato profit sostituisce lo Stato, mentre al terzo settore rimane un ruolo solo complementare). “L’Emilia-Romagna – spiega Cinzia Ioppi, funzionario dell’assessorato regionale alle Politiche sociali e membro del gruppo di lavoro della ricerca – vanta già progetti che si sono indirizzati sulla prima strada, e che potrebbero rappresentare un modello per il welfare futuro”. Differenziata e articolata la gamma di interventi presi in esame: da un centro diurno per i malati di Alzheimer che fornisce counseling ed assistenza ai familiari dei pazienti alle attività di reinserimento e inclusione sociale dei detenuti attraverso attività di sviluppo lavorativo, passando per gruppi di assistenza agli anziani o progetti legati alla riduzione del rischio giovanile. Denominatore comune dei casi presentati la capacità di creare una rete di partner articolata, che va dal mondo del terzo settore alle istituzioni fino al mondo profit e delle fondazioni bancarie. Progetti che ampliano i soggetti coinvolti, il numero dei volontari e la qualità della partecipazione, e che si estendono anche ai territori limitrofi a quelli iniziali. Azioni e progettazioni che, in altre parole, innescano un circolo virtuoso (che nella ricerca si chiama meccanismo generativo) che permette loro di durare nel tempo e di rinnovarsi.
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