
Il Piano europeo per l’economia sociale a metà strada: il 2026 è l’anno della verità
8 Aprile 2026Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON
C’è un momento preciso, sempre più frequente, in cui i numeri smettono di raccontare la realtà e iniziano a nasconderla. È il momento in cui celebriamo record, di presenze turistiche, di produzione culturale, di praticanti sportivi, senza accorgerci che, sotto quella crescita, si sta consumando una frattura. Più visitatori, meno abitanti. Più eventi, meno partecipazione reale. Più offerta sportiva, meno accesso per chi ne avrebbe più bisogno.
È qui che si gioca la partita del nostro tempo: non nella quantità di ciò che produciamo, ma nella qualità delle relazioni che siamo in grado di generare. Eppure, esistono luoghi — spesso marginali, quasi invisibili alle statistiche dove questa frattura viene ricomposta. Non per caso, ma per scelta, non per effetto di una policy calata dall’alto, ma per la capacità di alcuni attori di leggere i bisogni profondi dei territori e costruire risposte adeguate. Il quadro che emerge è chiaro: cultura, sport e turismo non sono semplicemente settori economici. Sono infrastrutture sociali e come tali, possono funzionare in due modi radicalmente diversi: come dispositivi estrattivi oppure come generatori di valore condiviso.
Il modello dominante, oggi, è ancora largamente estrattivo. Il turismo cresce, ma svuota i luoghi; la cultura produce valore, ma lo distribuisce in modo diseguale; lo sport attiva milioni di persone, ma lascia fuori chi non ha le risorse per partecipare. Non è un problema di intenzioni, ma di architettura. Quando il punto di partenza è il flusso, di visitatori, di utenti, di consumatori, tutto il sistema si orienta verso la massimizzazione di quel flusso. E ciò che non è funzionale a questo obiettivo viene espulso: i residenti, i soggetti fragili, le economie locali più deboli.
Il punto, allora, non è correggere gli effetti di questo modello. È cambiarne la logica.
Qui entra in gioco la cooperazione, non come settore tra gli altri ma come principio organizzativo dell’economia. La cooperazione introduce un cambio di paradigma radicale: sposta il baricentro dal capitale alla relazione, dall’estrazione alla generazione, dall’ottimizzazione individuale alla costruzione di valore condiviso. Non è semplicemente un modo diverso di produrre beni o servizi. È un modo diverso di produrre società.
Il mutualismo è la grammatica profonda di questo modello. Non come residuo storico, ma come infrastruttura contemporanea capace di tenere insieme efficienza economica e coesione sociale. Mutualizzare non significa redistribuire a valle ciò che è stato concentrato a monte. Significa progettare fin dall’inizio sistemi in cui il valore nasce dentro relazioni di reciprocità. È qui che si genera quello che potremmo chiamare “valore aggiunto mutualistico”: non solo ricchezza economica, ma capacità diffusa, fiducia, appartenenza, possibilità di contribuire.
Quando una cooperativa sportiva costruisce un’offerta accessibile ai soggetti più fragili, non sta correggendo un fallimento del mercato. Sta alzando la qualità complessiva del sistema. Quando una cooperativa culturale trasforma i cittadini in co-autori, non sta ampliando il pubblico. Sta ridefinendo il significato stesso di produzione culturale. Quando una cooperativa di comunità trattiene valore sul territorio, non sta facendo sviluppo locale. Sta ricostruendo le condizioni della vita in comune. In tutti questi casi, ciò che emerge è una forma di valore che i modelli tradizionali faticano a riconoscere e a misurare: un valore che non si esaurisce nello scambio, ma che si espande nella relazione. È questo il punto di forza del mutualismo oggi: la sua capacità di generare effetti sistemici. Non solo servizi, ma contesti. Non solo output, ma capacità collettive.
Eppure, continuiamo troppo spesso a leggere queste esperienze come marginali, quando in realtà rappresentano una delle poche risposte strutturali alle crisi che stiamo attraversando. Crisi di disuguaglianza, di fiducia, di partecipazione, di sostenibilità. Crisi che hanno una radice comune: la progressiva erosione dei legami sociali. La cooperazione, quando è autenticamente mutualistica, non si limita a intervenire su queste crisi. Le previene. Perché costruisce sistemi in cui le persone non sono semplici utenti o beneficiari, ma soggetti attivi, portatori di valore. Sistemi in cui il territorio non è una risorsa da sfruttare, ma un contesto da abitare e rigenerare; sistemi in cui l’economia torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere stata: uno strumento al servizio della vita.
Se assumiamo fino in fondo questa prospettiva, allora anche il ruolo delle politiche pubbliche e delle istituzioni deve cambiare. Non si tratta più di sostenere la cooperazione come segmento del welfare o nicchia dell’economia. Si tratta di riconoscerla come infrastruttura strategica per lo sviluppo. Questo implica una doppia responsabilità: da un lato, rendere visibile e misurabile il valore generato — uscire dalla retorica e entrare nel terreno delle evidenze; dall’altro, costruire alleanze nuove, superando la logica della fornitura per entrare in quella della co-produzione. Ma c’è un passaggio ancora più profondo, che riguarda il modo in cui la cooperazione guarda a se stessa. Finché continuerà a raccontarsi come un insieme di settori — cultura, sport, turismo — rischierà di sottovalutare la propria portata trasformativa. La sfida è un’altra: riconoscersi come movimento mutualistico. Un movimento capace di attraversare ambiti diversi, connettendo esperienze, generando visione, costruendo un immaginario alternativo.
Perché è proprio sull’immaginario che si gioca la sfida più decisiva. Oggi il modello dominante continua a proporci un’idea di sviluppo fondata sulla crescita dei consumi, sulla competizione, sulla centralità dell’individuo. È un immaginario potente, ma sempre più fragile, perché incapace di rispondere alle domande profonde del nostro tempo: appartenenza, senso, sicurezza, futuro.
Il mutualismo, invece, propone un altro immaginario. Un’economia che non separa ma connette, che non esclude ma include, che non consuma ma rigenera. Un’economia in cui il valore non si misura solo in termini monetari, ma nella qualità delle relazioni che riesce a generare. Un’economia sociale, nel senso più pieno del termine.
E qui sta il punto finale, quello che non possiamo più rimandare. L’economia sociale non è un settore dell’economia. È un orizzonte. Un modo diverso di pensare e organizzare la produzione, la distribuzione, il consumo. Un’utopia concreta, nel senso più rigoroso: qualcosa che non esiste ancora pienamente, ma che è già praticato, già visibile, già replicabile. Il neo-mutualismo è la forma contemporanea di questa utopia concreta. Non un ritorno al passato, ma un avanzamento. Non una risposta difensiva alle crisi, ma una proposta offensiva di futuro. Un movimento capace di tenere insieme innovazione e radicamento, efficienza e giustizia, impresa e comunità.
La domanda, allora, non è se questo modello sia possibile. Esiste già. La domanda è se siamo disposti a riconoscerlo per ciò che è: non un’alternativa marginale, ma una delle poche strade credibili per disegnare un nuovo tempo. Un tempo in cui l’economia torna a essere un fatto sociale. Un tempo in cui la cooperazione non è un’opzione, ma una necessità. Un tempo in cui mutualizzare non è un gesto residuale, ma l’atto fondativo del vivere insieme.
Se vogliamo abitare questo tempo, dobbiamo smettere di adattarci al mondo che c’è e iniziare a costruire quello che serve e per poterlo fare Cultura, Sport e Turismo non son un corollario, ma la premessa.
Il contributo è tratto dall’intervento di Paolo Venturi in occasione dell’Assemblea di Confcooperative Cultura Turismo Sport Emilia Romagna che si è svolta il 14 aprile 2026.




