
Impatto: l’urgenza di tornare alla sostanza del cambiamento
17 Luglio 2025
Cultura, Sport e Turismo. Il valore aggiunto del mutualismo per l’Economia Sociale
14 Aprile 2026Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON
Il 30 marzo la Commissione europea ha pubblicato la revisione intermedia del Social Economy Action Plan (SEAP) adottato nel dicembre 2021 per dare all’economia sociale un ruolo strutturale nell’agenda continentale. È la prima volta che l’Unione si dota di un meccanismo formale di verifica su un piano dedicato a cooperative, associazioni, fondazioni, mutue e imprese sociali.
Quello che emerge non riguarda tanto ciò che è stato fatto, quanto la distanza tra chi ha davvero capito la direzione e chi ancora si muove sulla carta.
Una bussola che ha orientato, non ancora trasformato
Il piano prevedeva 63 azioni su tre pilastri. Il tracker europeo registra oggi 89 azioni concrete, di cui 28 completate e 33 in corso. La Commissione si dichiara in linea con la maggioranza delle misure, ma è una media, e le medie nascondono le differenze.
Il risultato più solido del SEAP è aver prodotto una definizione condivisa di economia sociale. La Raccomandazione del Consiglio del novembre 2023 ha spinto 21 Stati su 27 ad avviare strategie nazionali, con dodici che hanno riformato le leggi di settore. Progressi reali, ma l’efficacia concreta si concentra nei Paesi dove volontà politica, ecosistema maturo e strumenti finanziari funzionano insieme. Gli altri consegnano strategie sulla carta. Il punto più preoccupante non riguarda le singole misure, riguarda la direzione politica.
Il cambio geopolitico in atto, difesa, competitività, autonomia industriale, ha marginalizzato l’economia sociale, che non compare più nelle grandi agende trasversali: Competitiveness Compass, Clean Industrial Deal, intelligenza artificiale. L’eliminazione dell’unità dedicata in DG GROW non è un taglio burocratico. È un segnale politico. I fondi COSME sono stati sospesi nel 2025 e le misure fiscali e sugli appalti restano proposte non adottate.
L’economia sociale è esattamente la risposta alla crisi di fiducia nelle istituzioni, alla polarizzazione territoriale, alla fragilità dei sistemi di cura. Non un settore di nicchia: un paradigma alternativo centrato sulle persone, sulla democrazia interna, sul radicamento locale. De-prioritizzarla oggi significa non capire la posta in gioco.
La Spagna: quando l’intenzionalità diventa concretezza
Nessun Paese illustra meglio della Spagna cosa significhi fare le cose davvero. Il report europeo la colloca al vertice tra i 27. Nel 2023 ha adottato la Estrategia de Economía Social 2023-2027 con obiettivi, indicatori e governance multilivello. L’Istituto Nazionale di Statistica ha integrato per la prima volta l’economia sociale nella contabilità nazionale: nel 2023 il settore ha generato 54,4 miliardi di euro di valore aggiunto lordo, il 4% del totale, con 1,28 milioni di occupati. Durante la pandemia quella quota ha toccato il 6,5%: la funzione anticiclica non è un’ipotesi teorica. Il 26 marzo 2026 il Congresso spagnolo ha approvato la Ley Integral de Impulso de la Economía Social (LIIES): una riforma organica, co-costruita con le organizzazioni rappresentative, che modifica sistematicamente quattro leggi di settore. Il metodo conta quanto il contenuto. Il risultato complessivo: 169,6 miliardi di fatturato, 127.532 imprese, 2,25 milioni di occupati. Numeri da economia strutturale.
L’Italia: basi solide, messa a terra ancora mancante
Il contrasto con l’Italia è netto. I documenti europei la descrivono con un’espressione precisa: mid-range or uneven. Coerenza sulla carta, efficacia disomogenea, frenata da sfide di coordinamento e burocrazia. Nel periodo 2021-2025 non ci sono stati nuovi framework legislativi nazionali, non esistono linee di bilancio dedicate, non esiste un conto satellite. Eppure il Paese non è povero di economia sociale. Ha il Codice del Terzo Settore, la Legge Marcora citata a Bruxelles come buona pratica replicabile, i Fondi Mutualistici cooperativi. È il primo beneficiario assoluto dei fondi strutturali dedicati nel ciclo 2021-2027: quasi 160 milioni tra ERDF ed ESF+, il 44% del totale europeo. A questo si aggiunge la Comfort letter della Commissione UE (marzo 2025), che ha dichiarato compatibili con il Trattato i regimi fiscali del Terzo Settore, sciogliendo un nodo interpretativo che pesava da anni sulla certezza giuridica del settore.
Qualcosa si muove, però, dal basso. L’Emilia-Romagna ha elaborato una strategia regionale che integra coprogettazione, welfare di comunità e sviluppo economico, configurandosi come laboratorio. Torino, citata nel Gateway europeo ha costruito con Torino Social Impact un ecosistema che connette imprese sociali, investitori e istituzioni. Bologna ha adottato un piano metropolitano dedicato. Questi territori non hanno aspettato Roma. È insieme un segnale e un limite: incoraggiante perché dimostra che la cultura e la capacità ci sono, problematico perché l’Italia procede per eccellenze locali non connesse, senza una cornice nazionale capace di amplificarle.
Il 2026 è l’anno decisivo e le condizioni ci sono
La revisione intermedia non chiude, anzi, apre. Per l’Italia il 2026 sarà l’anno della verità. Se il Piano Nazionale viene adottato con ambizioni reali, dotazione finanziaria verificabile, governance interministeriale funzionante, perimetro capace di includere cooperazione e Terzo Settore in un’identità condivisa e aperta, il Paese può recuperare il posizionamento che merita.
Il patrimonio c’è. L’Italia ha già dimostrato di saper costruire modelli che diventano riferimento europeo: il Codice del Terzo Settore, la Legge Marcora, la cooperazione sociale e le tante esperienze d’innovazione sociale. Manca la connessione tra queste eccellenze, il mondo dell’economia e del public procurement. Le connessioni, però, si costruiscono e quest’anno si capirà se il momento è propizio, non perché lo imponga il calendario europeo, ma perché le condizioni, per la prima volta in modo convergente, ci sono davvero.
L’economia sociale non è welfare residuale: è un paradigma di competitività democratica e di coesione territoriale. Chi lo capisce oggi costruisce vantaggio per domani. L’Italia ha tutto ciò che serve, dipende da noi scegliere di esserlo.




