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La comunità ri-parte dal basso

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON

Una delle conseguenze della globalizzazione è quella di aver fatto «risorgere» l’importanza della dimensione territoriale e comunitaria. Mentre nella stagione precedente era quello nazionale il livello di governo cui fare riferimento, oggi sono i territori, i quartieri, le periferie i luoghi privilegiati in cui si sperimentano innovazioni sociali, da cui provengono i più significativi impulsi allo sviluppo e al benessere. La globalizzazione dunque non solo non ha fatto scomparire l’importanza del territorio ma lo ha rilanciato, e ciò nel senso che la gara competitiva oggi si gioca a livello di geo-comunità. Solo fino a 10 anni fa la competizione riguardava le singole imprese, che potevano uscirne vincitori o perdenti, ciò che sta succedendo oggi è che il destino delle imprese è legato a quello del loro territorio. La qualità relazionale e le norme sociali che popolano le nostre città diventano perciò premessa dello sviluppo e non una mera esternalità. Conseguenza di ciò è che non solo le politiche e le imprese possono «fallire»: anche i luoghi «falliscono» e quando questo accade si impoveriscono anche le economie, le relazioni, la demografia, le opportunità e le possibilità di abitarli. È quindi intorno alla rigenerazione dei luoghi che si gioca la partita decisiva: una sfida che chiama in causa quei beni apparentemente «invisibili» come la partecipazione dei cittadini nei processi deliberativi e la coesione sociale (minacciate dalle crescenti disuguaglianze).

La dimensione coesiva diventa perciò il meccanismo generativo di nuove «infrastrutture sociali» capaci di trasformare gli spazi in luoghi e ricreare quella «ecologia delle relazioni» indispensabile per la vita in comune e lo sviluppo economico. D’altronde anche una scienza dura come la fisica ci insegna che sono i legami e le relazioni fra le molecole che danno consistenza alla materia e all’idea stessa di realtà. Non è forse un caso che a Reggio Emilia, dove la comunità è in cima alle priorità delle policy, si possano toccare con mano queste nuove «infrastrutture» nate dalla ricombinazione di asset fisici o tecnologici con l’azione rigeneratrice delle comunità. Un’antica Reggia (Rivalta) riacquista vita attraverso il contributo di un’associazione di volontari che curano e animano un luogo che si apre alle scuole come orto botanico e alla città come hub per eventi; un centro sociale diventa provider di quartiere (Coviolo) per garantire l’accesso alla rete ai propri cittadini, ideando un modello scalabile e replicabile; un parco (Nilde Iotti) si rigenera attraverso la presenza di un orto urbano, pensato come vero e proprio «condominio sociale» al fine di mettere in collegamento generazioni diverse e di «coltivare» relazioni fra gli abitanti. Questa esperienza, come molte altre che stanno nascendo nelle nostre città e periferie, evidenzia come le «infrastrutture sociali» non siano solo le scuole, gli ospedali, le abitazioni per housing sociale (150 miliardi è il fabbisogno annuo in EU) ma possono diventarlo tutti quegli «asset comunitari» destinati ad un uso comune, rigenerati da legami sociali. È infatti la generazione di comunità il vero indicatore d’impatto sociale di queste progettualità, che si nutrono dell’informalità e della conversazione, ma che richiedono un ruolo «abilitante» e sinceramente sussidiario dei Comuni.

Sono policy che richiedono risorse e competenze e che non possono rinunciare al protagonismo della comunità intesa non solo come beneficiario ma come co-produttore di soluzioni. La comunità nasce infatti solo quando lo stare insieme, il condividere è percepito come la modalità migliore per prendersi cura di sé. È dentro questa visione che le risorse latenti (competenze, valore d’uso dei beni, tempo, risorse economiche) diventano esplicite e fruibili e che gli «asset dormienti» (beni pubblici e beni comuni) si rigenerano. Come a dire che la sostenibilità di queste progettualità tese non solo a erogare servizi ma a trasformare contesti, passa prima che da trasferimenti di risorse pubbliche o dall’investimento di investitori privati, dalle aspirazioni degli abitanti, dal loro ruolo attivo e imprenditivo. Sono azioni che chiamano in causa nuove «governance sperimentali» basate sul partenariato più che sulle esternalizzazioni, policy pragmatiche e realmente collaborative spesso legate alle sensibilità e alla motivazione di coloro che nella pubblica amministrazione sono chiamati a promuoverle.

Articolo pubblicato su Corriere Buone Notizie