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Civil bond per l’economia sociale

Articolo di Gianfranco Marzocchi, Presidente AICCON

Mi sto chiedendo da qualche tempo quale sia il significato di “Economia civile” in questa fase storica e, ora, in particolare, della “Economia Civile al tempo del Coronavirus”.
È giusto ricordare quanto, in questo momento, cooperazione, volontariato, associazionismo sociale, ong stanno facendo in “prima linea, ma anche nelle retrovie” (per usare le terminologie più diffuse in questi giorni) dal nord al sud del nostro Paese.
Essi rappresentano l’infrastruttura civile, quella che sorregge l’insieme del nostro sistema sociale. Proviamo a pensare per un momento a cosa succederebbe al Sistema sanitario nazionale, senza la presenza di questa “infrastruttura” soprattutto oggi, che è così messo duramente alla prova!
Sistema sanitario che sta reggendo certamente grazie alla dedizione e allo spirito di sacrificio di tutti gli operatori, ma anche perché è incardinato in un sistema sociale che, a sua volta, sta sopportando uno sforzo enorme per “non abbandonare nessuno al proprio destino”.

Riconoscere, e chiedere che venga riconosciuto dall’opinione pubblica e dal Governo, il ruolo e la funzione sociale del Terzo settore e della Cooperazione, è indispensabile per pensare e per progettare cosa vorremo essere dopo che l’emergenza sarà passata; lo è tanto quanto la presa di coscienza che: “Giusto o sbagliato che sia, il lavoro sfiancante sugli #ateco ci conferma che i lavori davvero essenziali sono gli operai (tra cui quelli agricoli), la raccolta dei rifiuti, le cassiere dei supermercati e gli infermieri. Tutti lavori pagati poco che molti di noi non vogliono fare… Il virus ha portato a una presa di coscienza del valore della “parte umana” della platform e gig economy. Ce ne ricorderemo dopo? “(Linkiesta)

Ma non basta.
Come riporta un altro articolo su linkiesta.it sul piatto ci sono non solo molti soldi, ma anche i rapporti di forza del dopo-crisi, che saranno consolidati dall’enorme tornata elettorale d’autunno…

È questa la disordinata gara che si è aperta nel weekend di fine marzo, in vista della fine del blocco e del riavvio della politica nel prossimo mese. Non è un bello spettacolo, e non lo vediamo solo noi. Lo vede pure l’Europa, alla quale stiamo chiedendo di rivoluzionare ogni preesistente abitudine, regola, equilibrio, per socializzare le conseguenze dell’emergenza in nome della assoluta eccezionalità della situazione, adirandoci per le sue resistenze e obiezioni, senza considerare che una parte di quella diffidenza è legata allo spettacolo di inaffidabilità e divisione che riusciamo a dare pure adesso, con i morti che si contano a centinaia ogni giorno.

Firmereste una cambiale in bianco per miliardi a un Paese che non riesce a gestire senza scontri neanche un sussidio da 400 milioni ai poveri? Questa è la domanda da rivolgere alla nostra politica.

Anch’io, come credo tutti, sono rimasto molto deluso e preoccupato per l’atteggiamento che hanno assunto i Paesi ricchi del nord Europa. La preoccupazione per la posta in gioco, l’Unione Europea, è ancora maggiore pensando all’allarme lanciato da Mattarella nel suo discorso al Paese del 27 marzo – “… comprendere, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa, la solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione, ma è anche nel comune interesse…” e Delors – “Se manca la solidarietà, pericolo mortale”(cfr Repubblica del 29 marzo )

Allora, come dice Baricco nel suo recente articolo: – È arrivato il momento dell’audacia -. Se c’è un momento in cui sarà possibile ridistribuire la ricchezza e riportare le disuguaglianze a un livello sopportabile e degno, quel momento sta arrivando. Ai livelli di diseguaglianza sociale su cui siamo attualmente attestati, nessuna comunità è una comunità, fa finta di esserlo, ma non lo è.
Al di là della nostra scarsa affidabilità politica come Paese, come Cittadini non possiamo scaricare tutta la responsabilità solo su chi, bene o male, ci governa perché da noi eletto.

L’ultimo rapporto del Censis su “Gli italiani e la ricchezza- ottobre 2019” conferma, se mai ci fossero stati dubbi, che siamo molto ricchi, di una ricchezza mal distribuita: … “la voce – contante e depositi bancari – è cresciuta del 13,7% rispetto a dieci anni fa e vale 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani”.
È una ricchezza enorme e, sostanzialmente, inutilizzata; dobbiamo chiederci, a cosa servirà se il Paese non riesce a ripartire?

Siamo di fronte ad una crisi globale, completamente nuova. E’ necessario rinnovare gli attrezzi della nostra cassetta per intervenire a risanare e ricostruire.

Come dice giustamente Enrico Giovannini «… non si può affrontare questa crisi con la stessa mentalità con cui si sono affrontate le precedenti. Il modo in cui si disegnano e si annunciano gli interventi ha un ruolo fondamentale sulla psicologia collettiva e quindi sul modo con cui le persone vedranno il futuro e sulla loro voglia di ripartenza…occorre mettere all’opera i migliori esperti disponibili per immaginare come far sì che l’uscita dalla crisi sia “esplosiva” in senso positivo, cioè non segua una dinamica “lineare” ma fortemente “non lineare”».

“… È legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri…” (A. Genovesi – Lezioni di Economia Civile)

Ecco, allora, la mia proposta, semplice, quasi banale: il mondo dell’Economia civile, che realtà come Asvis, Alleanza delle Cooperative, Forum del Terzo Settore certamente rappresentano, dovrebbe assumersi la responsabilità della promozione di una grande campagna di chiamata alla responsabilità sociale dei cittadini italiani per costituire un fondo che raccolga il 10% di tutta la ricchezza inutilizzata nei conti correnti.
Non una patrimoniale mascherata, non un prelievo forzoso come fu fatto nel 1992!
Non aspettiamo che lo Stato sia costretto a doverlo fare ancora! O, peggio ancora, che padroni del nostro debito pubblico siano gli speculatori che operano nei mercati finanziari! Sarebbe molto rischioso sottovalutare il fatto che delle cento più grandi economie mondiali, solo dieci sono Stati!

Sarebbero più o meno 140 miliardi di “Bond Solidali trentennali” o “ Civil Bond”

Una cifra notevole che la ragionevolezza, lo spirito di solidarietà e di responsabilità sociale, ma anche “il comune interesse” degli italiani potrebbe, grazie ad una forte azione volontaria, consentire di raccogliere e mettere sul tavolo dove si progetterà la ripartenza destinandoli a finanziare in modo vincolato e con una governace partecipata pubblico/privato:

  • La transizione verso la green economy;
  • Il Welfare sociale (quello delle retrovie!), perché, come già da tempo sappiamo, il bilancio pubblico non è in grado di finanziare tutta la domanda di welfare sociale;
  • il Servizio Sanitario Nazionale, invece, deve rimanere a carico della fiscalità generale, auspicabilmente, una fiscalità a livello europeo, fondata su una reale equità e progressività, come propone Beppe Guerini nel suo recente intervento su Vita.it.
  • Lo sviluppo delle aree interne (ricordo il progetto di Fabrizio Barca) con particolare focus sul processo della loro digitalizzazione;

Ma rappresenterebbero (i 140 miliardi) anche la migliore risposta alla sfiducia che i nostri partner europei hanno nei nostri confronti: siamo noi cittadini che garantiamo il nostro Paese per gli impegni che dovrà assumere anche nell’utilizzo delle risorse comuni europee.
Di sicuro ne beneficerebbe anche lo Spread!

E, forse, così, daremmo anche un contributo concreto alla realizzazione di una idea più compiuta di Europa.

Fonte: Vita