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Il mondo? Comincia da dietro casa nostra. Una riflessione sulle Cooperative di Comunità

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON, pubblicato su Corriere Buone Notizie

Non bisogna farsi ingannare dal numero ancora poco significativo e dalla fragilità delle cooperative di comunità, poiché grande è il valore che queste esperienze producono e segnalano.

Sono comunità intraprendenti capaci di generare economie di scopo attraverso l’agire concreto dei propri abitanti, azioni collettive che si propongono di trasformare gli spazi in luoghi, di «rammendare» prima e rigenerare poi, quei territori in cui tanto lo Stato quanto il mercato da tempo han dichiarato il loro «fallimento».

È infatti nelle aree interne – dove lo spopolamento, l’invecchiamento, il depauperamento delle infrastrutture economiche e sociali sono più forti – che queste istituzioni per certi versi profetiche operano e lentamente si affermano. Sono il segno di una nuova generazione d’imprenditorialità cooperativa che mette al centro della propria azione una comunità aperta e inclusiva che non rinuncia a investire su se stessa e dove i legami fiduciari fanno la differenza.

Le cooperative di comunità sono «imprese autentiche» (poiché rischiano e devono essere sostenibili) capaci di attivare e condividere risorse per un interesse comune.

In Emilia Romagna si sono affermate e si stanno diffondendo soprattutto nell’Appennino dove, in risposta al crescente spopolamento e alla bassa accessibilità ai servizi tipica delle aree rurali e periferiche, stanno emergendo nuove iniziative (spesso promosse da giovani) legate alla «rigenerazione» del territorio. Nella «marginalità» e nella vulnerabilità le motivazioni e le aspirazioni degli «abitanti» hanno fatto da lievito a nuove soluzioni comunitarie, generando progettualità legate alla gestione dei beni comuni, al turismo, alle filiere agroalimentari e alla valorizzazione di beni culturali; economie di luogo che producono beni e servizi utili non solo a nutrire una «contabilità» e a garantire lavoro, ma anche a offrire una speranza e un futuro alla propria comunità.

Sono imprese che hanno nella conversazione fra gli abitanti la propria «alba» e che attraverso percorsi maieutici e intenzionali (spesso discontinui) arrivano a immaginare e progettare soluzioni volte a generane un cambiamento positivo. Il primo passo per la nascita di queste esperienze non è infatti un «business plan», bensì la creazione di occasioni d’informalità, dove i «riti e i piaceri del cooperare», per dirla con Richard Sennet, diventano meccanismi generativi. I protagonisti e i fondatori delle cooperative di comunità li riconosci attraverso un test infallibile: considerano «quel luogo» il centro del mondo.

È il centro in quanto «cuore» dei loro affetti e dei loro interessi, è «quella» la comunità che preferiscono, a cui attribuiscono un significato e nella quale vogliono vivere. È proprio dentro questa spinta che in Val Marecchia la chiusura di un forno attiva una comunità, nell’Appennino reggiano una «frana» attiva un paese intero a trasformarsi in cooperativa, a San Benedetto Val di Sangro la filiera turistica diventa piattaforma per immaginare lavoro per gli abitanti. Il fare comunità non è inteso quindi come un atto altruistico, ma diventa la modalità più adeguata per prendersi cura di sé. Solo ascoltando e incontrando queste esperienze ti accorgi che la genesi di queste imprese, pur nella fatica e nelle difficoltà, non è vissuta dagli abitanti come un atto eroico ma è un agire «spontaneo», a volte mosso dalla paura di veder scomparire un pezzo di sé oppure animato dal desiderio di trasformare il proprio «affetto», come ricorda spesso Elena Marsiglia della Cooperativa di Comunità Tre Ponti impegnata a rivitalizzare l’isola fluviale più grande del fiume Po (l’Isola Serafini), in «effetto»: ossia occasione di sviluppo.

Le cooperative di comunità sono esempi mirabili di quella che Giacomo Becattini chiamava «produzione come sociale». Sono cioè economia di luogo frutto della cooperazione fra soggetti diversi. Sono economie stanche delle soluzioni che «vengono da fuori» o «dall’alto», sono imprese di nuova generazione che hanno «intenzionalmente deciso investire sul lavoro e sui beni relazionali non solo per rigenerare asset, ma per alimentare nuovi modelli di sviluppo umano integrale».

Articolo pubblicato su Corriere Buone Notizie (19 marzo 2019)