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Il Civil Compact da chiedere all’Europa

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON pubblicato su Corriere Buone Notizie (23 aprile 2019)

Se l’Europa è oggi leader mondiale per la qualità della vita lo si deve in gran parte anche all’economia sociale e a tutto il mondo del non profit. L’impresa sociale e l’economia a essa connessa rivestono infatti un ruolo centrale, poiché sono in grado di garantire occupazione a quasi 14 milioni di persone (6,3 per cento della popolazione attiva) attraverso 2,8 milioni di organizzazioni che attivano 232 milioni di soci (cooperative e mutue) e ben 82 milioni dì volontari.

Non è un caso che la cooperazione sia nata in Europa e la filantropia in Usa. La cultura economica europea nasce da un agire profondamente sociale, ossia legato alla società che lo genera.

Il problema è che nonostante la significatività di questi numeri non c’è traccia nei grandi media di come rafforzare questa imprescindibile infrastruttura socio-economica. Tutto ciò continua ad accadere perché prevale una visione marginale del «valore» del sociale, un riduzionismo che tecnicamente e politicamente si attua ogni volta che si tende a separare i concetti di economico e sociale.

Una marginalità, quella dell’economia sociale, che non risiede tanto nel diverso modo di produrre valore (al quale anche il for profit sta guardando: basti pensare alla crescita delle B Corp o delle imprese a impatto sociale), nella presunta minor efficienza (nel Regno Unito le imprese sociali son più redditizie delle Pmi) o nella bassa rilevanza sulle politiche (in Italia la cooperazione sociale garantisce servizi a oltre 7 milioni di persone), quanto nell’incapacità di riconoscere e includere dentro la ricetta dello sviluppo una diversa idea di «produzione».

Nonostante ben 15 Paesi negli ultimi cinque anni abbiano promosso normative di riconoscimento e promozione dell’economia sociale, nonostante si siano approvati i 20 principi che compongono «il pilastro sociale europeo» (documento che contiene tra l’altro proposte per creare nuovi e più efficaci diritti per i cittadini) e malgrado le maggiori organizzazioni del sociale abbiano promosso appelli o manifesti manca una reale spinta per generare una nuova stagione di protagonismo delle istituzioni private a finalità sociale. Servono infetti azioni che non si limitino a individuare «fondi da redistribuire», ma che ricompongano la dimensione «sociale» nel cuore delle scelte economiche e tecnologiche dell’Europa mettendola al centro dei meccanismi di produzione della ricchezza.

Nel prossimo settennato (2021 – 2027) l’Europa è chiamata a fare scelte che impatteranno sulle future generazioni e per l’Italia diventerà fondamentale costruire un sistema di alleanze capaci di aumentare il peso dell’economia sociale nel Vecchio Continente.

Chi sono i nostri alleati su questo tema?

A oggi non vi è risposta, poiché le alleanze si siglano più sul fronte commerciale o protezionistico piuttosto che su quello della valorizzazione di uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Per cogliere le opportunità derivanti dalle risorse orientate all’innovazione e all’impatto sociale (oltre a quelle pubbliche si sta assistendo a una crescita di quelle private, come l’impact investing passato da 3 a 52 miliardi) occorre valorizzare tutte quelle forme di imprenditorialità sociale capaci di promuovere investimenti mettendo dentro al proprio piano dei conti i legami e le risorse di un territorio.

La IV Rivoluzione industriale è una grande opportunità per nuove soluzioni di welfare comunitario, per offrire servizi a basso costo e ad alto impatto di cura, per stimolare nuove forme di partecipazione dal basso, per generare nuove economie sostenibili. Questo può accadere se l’economia sociale è in grado di proporsi come piattaforma (0 distretto) per nuove forme di sviluppo sostenibile, in cui la tecnologia ha un ruolo abilitante.

Il test del «connubio» fra digitale e sociale sta nel creare delle «endiadi» là dove normalmente si generano dicotomie: come quelle fra i beni relazionali e le connessioni, fra comunità e community, fra esperienze di senso e consumo.

Sfide queste che hanno bisogno di coraggio e di un nuovo attivismo dal basso che faccia emergere la concretezza e la rilevanza che ha una vita buona e felice.

È forse il tempo che tutte le diverse anime del Terzo settore, dell’economia sociale e sostenibile chiedano a gran voce una Europa garantita non solo dalle regole del «fiscal compact» ma anche da quelle di un «civil compact», ossia da una un’idea di futuro che persegua il progresso avendo come obiettivo la costruzione della «civitas».

Fonte: Corriere Buone Notizie (23 aprile 2019)