
Napoli, il cinema e i beni che nascono solo se li generiamo insieme
18 Settembre 2026Un estratto dell’’intervento di Paolo Venturi, direttore di AICCON, in occasione del convegno Cesvot “Nutrire il desiderio. Il volontariato che cambia la vita” (Firenze, 24 settembre 2026).
C’è una domanda che il convegno di Firenze ha avuto il merito di rovesciare. Per anni ci siamo chiesti come trovare volontari, come trattenerli, come motivarli. Cesvot ci ha invitato a chiederci un’altra cosa: che cosa nutre il desiderio di chi sceglie di donare tempo, competenze, presenza? Non è un cambio di parole. È un cambio di sguardo, e forse di stagione. Parto da una convinzione che il lavoro di ricerca di questi anni ha reso sempre più nitida: il volontariato non è in crisi. In crisi sono le forme, cioè i contenitori organizzativi che per decenni hanno accolto la spinta gratuita delle persone.
L’impulso a fare qualcosa per gli altri, e soprattutto con gli altri, resta una costante antropologica. A cambiare è il modo in cui chiede di essere riconosciuto. Chi legge il calo di alcuni indicatori come il tramonto della gratuità rischia di costruire politiche per un volontariato che non esiste più. Così lascia senza casa quello che sta nascendo.
Il dono non è una donazione
Per capire questa trasformazione bisogna tornare alle radici. Stefano Zamagni ci ha insegnato a distinguere il dono dalla donazione. La donazione è un trasferimento: qualcosa passa da chi ha a chi non ha, e lì si esaurisce. Il dono invece è una relazione. Apre un legame, genera reciprocità, trasforma chi dona non meno di chi riceve. Marcel Mauss lo aveva intuito un secolo fa: il dono crea un vincolo che non si estingue con lo scambio. Se riduciamo il volontariato a prestazione gratuita, a manodopera a costo zero per colmare i vuoti del welfare, lo trasformiamo in prestazione gratuita e ne spegniamo la forza generativa.
Il dono è una soglia. Attraversandola cambiano le persone, cambiano i contesti, e le istituzioni imparano a diventare più inclusive. Per questo l’impatto sociale del volontariato non si misura contando ore o servizi erogati, ma si misura guardando ciò che genera e rende possibile: i legami che restano, la fiducia che cresce, le persone che cambiano e relazioni che nascono, i luoghi che si trasformano.
De-sidera, la mancanza delle stelle
Qui entra in gioco il desiderio, parola che il titolo del convegno ha scelto con coraggio. L’etimologia ci aiuta: de-sidera, sentire la mancanza delle stelle. Il desiderio è la nostalgia di qualcosa che non c’è ancora e che vogliamo che esista, non è un capriccio individuale, è la forza che mette in moto il cambiamento. Nessuna innovazione sociale nasce senza qualcuno che desideri un mondo diverso così tanto da farlo accadere.
Il passaggio che stiamo vivendo si può riassumere così: dal fare qualcosa per qualcuno al fare cose insieme. Il volontariato contemporaneo, soprattutto tra i più giovani, non cerca un posto dove eseguire compiti decisi da altri. Cerca uno spazio dove esercitare la libertà in tre sensi. C’è la libertà da (vincoli, bisogni) e la libertà di (scegliere, sperimentare), ma soprattutto conta la libertà per: per partecipare, per rendere possibile qualcosa in cui si crede.
Chi dona oggi offre se stesso per contribuire a un progetto che sente anche suo. Il biologo Stuart Kauffman parla di possibile adiacente: ogni sistema vivente evolve esplorando ciò che sta appena oltre il suo confine, a un passo da ciò che già esiste. Il volontariato è esattamente questo, un laboratorio di possibili adiacenti. È lì che una comunità sperimenta risposte che il mercato non vede e che l’amministrazione non riesce ancora a immaginare. Spegnere il desiderio significa rinunciare a questa capacità di esplorazione collettiva, e condannarsi a ripetere il presente.
Il segnale che non possiamo ignorare
C’è però un dato che deve interrogarci. Lo mostrano le ultime due edizioni dell’Osservatorio Volontariato che realizziamo con il Forum Nazionale del Terzo Settore e CSVnet. Si assottiglia la quota dei curiosi, cioè le persone che oggi non fanno volontariato ma potrebbero avvicinarsi. Intanto i disinteressati passano dal 31 al 41 per cento.
Non è un verdetto sulla generosità degli italiani. È un campanello d’allarme sulla nostra capacità di rendere desiderabile l’esperienza associativa. Quando il desiderio non trova casa non scompare. Si ritira, oppure cerca altrove, in forme più fluide ed episodiche, spesso fuori dal perimetro del terzo settore. Ecco il cuore della sfida. Le associazioni non devono reclutare, devono ospitare. Il desiderio non si organizza, si coltiva, e si coltiva con tre attenzioni.
La prima è la qualità della relazione. Ciò che trattiene le persone non è il compito ma il legame, quei beni relazionali, che esistono solo se prodotti e goduti insieme.
La seconda è il protagonismo. Chi arriva deve poter lasciare un segno, proporre, cambiare le regole del gioco, non soltanto adattarsi a quelle esistenti. Il Decalogo della buona accoglienza, scritto dai giovani di Ci siamo! lo dice con una chiarezza che meriterebbe di essere appesa in ogni sede associativa.
La terza è il luogo. Il volontariato fiorisce dove esistono spazi significativi, economie di luogo in cui le persone riconoscono una comunità a cui appartenere.
Tutto questo chiede di superare una contrapposizione sterile, quella tra volontariato liquido e volontariato istituzionalizzato. Non dobbiamo scegliere. Significa accettare che serva una biodiversità istituzionale capace di offrire più porte d’ingresso, più tempi, più intensità. Deve esserci posto per l’impegno di una sera e per quello di una vita, per il gruppo informale e per l’associazione strutturata, per il progetto di quartiere e per la rete nazionale.
Tornare a guardare le stelle
Qui in Toscana, non lontano da Barbiana, non possiamo dimenticare il motto che don Milani scrisse sul muro della sua scuola: I care, mi importa, mi prendo cura. Prendersi cura del desiderio, il proprio e quello degli altri, è oggi il compito più urgente per chi abita il terzo settore. Il desiderio non è un lusso da concedersi quando i bisogni sono soddisfatti. È la condizione perché i bisogni trovino risposte nuove.
Per questo chiudo con tre inviti.
Alle associazioni: prima di chiedere impegno, aprite le porte. Non chiedetevi di chi avete bisogno, ma chiedetevi chi desidera cosa, e fategli spazio, anche quando questo significa cambiare il modo in cui avete sempre fatto le cose.
Alle istituzioni: trattate il volontariato non come una risorsa da impiegare, ma come un’infrastruttura civica da nutrire. Investite in luoghi, accompagnamento e riconoscimento.
A ciascuno di noi: torniamo a guardare le stelle. Il volontariato cambia la vita non perché ci chiede di rinunciare a qualcosa, ma perché ci restituisce la possibilità di desiderare insieme.
Il futuro del volontariato non va difeso, va desiderato! E come ogni desiderio vero, comincia da chi decide di fare il primo passo. La sfida è iniziare a farlo partendo da domani mattina.




