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Imprese sociali: riscoprire la desiderabilità del rischio per il bene comune

Articolo di Paolo Venturi (Direttore AICCON) pubblicato su Buone Notizie – Corriere della Sera

La possibilità di immaginare prima e di progettare poi il “dopo”, è legata ad una vera e propria azione trasformativa (riformare infatti, non basta).  Cambiare le regole del gioco diventa perciò la premessa di uno sviluppo che non può essere più misurato contabilizzando e monetizzando gli scambi economici, ma che deve trovare espressività nella felicità e nella prosperità di un popolo.

Una prospettiva questa che la pandemia ha reso ancora più urgente e radicale. Lecito è il desiderio di “rimbalzare in avanti” ma occorre chiedersi “come” farlo e “perché” il valore che ci apprestiamo a produrre, dovrebbe essere più sostenibile ed equo di quello generato negli ultimi anni. In atri termini la domanda sul futuro non può esimersi dall’affrontare la questione legata alla produzione e condivisione del valore.

Per troppo tempo abbiamo associato il “codice della ricchezza” alla moralità dell’impresa di far profitti e il “codice della solidarietà” e della sostenibilità, alla capacità redistributiva dello Stato. Una visione dicotomica e separata da superare velocemente, poiché una prospettiva realmente trasformativa non può rinunciare alla ricomposizione di questi due codici tanto nelle politiche pubbliche, quanto e soprattutto nelle ricette che in questi giorni stiamo scrivendo per rilanciare l’economia del nostro paese.

Occorre uscire dal riduzionismo che relega l’imprenditorialità nella sfera degli “interessi individuali” e riscoprire la dimensione “contributiva e civile” del fare impresa. Tratti questi presenti nell’innovazione “legislativa” che in Italia ha dato vita alle Società Benefit rendendo, di fatto, il nostro paese, la Nazione con la più ampia possibilità di scelta delle tipologie d’impresa vocate alla socialità e alla socievolezza (comunità).

In Italia si è creato infatti un ecosistema di istituzioni che partendo dal non for profit e passando per la cooperazione ha raggiunto le sponde del for profit. La consapevolezza che la società abbia bisogno dell’impresa (per produrre valore), tanto quanto l’impresa abbia bisogno della società (per competere), sta creando una nuova generazione di istituzioni ibride: una terra di mezzo popolata da “imprese intenzionalmente sociali”.

In questo nuovo scenario, che la politica in primis dovrebbe riconoscere e valorizzare, l’innovazione radicale prodotta dalle Benefit Corporation e dalle Società Benefit contribuisce in maniera significativa a recuperare il significato originale del competere. Differentemente da quanto si possa comunemente immaginare, infatti, l’etimologia del termine competere significa “andare insieme”, convergere verso uno stesso obiettivo. I modelli economici mainstream, che l’impresa sociale e poi le Società Benefit si propongono di superare, hanno distorto il significato originario del termine riducendolo ad un’idea di “competizione posizionale”: una forma di competizione altamente pericolosa e distruttiva in termini di coesione sociale. Essa peggiora, infatti, il benessere sia individuale che sociale poiché lega la crescita di un surplus economico alla lacerazione del “tessuto sociale”.

In questa visione la questione dell’equità non è posta alla fine ma all’inizio: il tema diventa come produco il valore, e non appena come lo ridistribuisco.

È ovvio che su questo aspetto c’è bisogno di un cambiamento profondo di tutti, perché bisogna decidere di essere inclusivi ex ante (nelle intenzioni) e non solo ex post (nelle rendicontazioni). Promuovere il sociale in ambito imprenditoriale allora non significa solamente far riferimento agli ambiti di attività in cui può operare l’impresa (welfare, solidarietà), il riferimento deve andare piuttosto alla capacità dell’imprenditore di produrre impatto e innovazione sociale, ovvero generare soluzioni nuove, più efficaci e giuste di quelle esistenti.

In altri termini, significa infrastrutturare l’impresa con agente di “cambiamento sociale” superando le Colonne d’Ercole ed i recinti che tengono distanti il profit dal not for profit, i beni privati dai beni comuni. In questo senso sono soprattutto le giovani generazioni, e in particolare i cosiddetti millennials, a richiedere che l’imprenditorialità sia un percorso autentico, ibrido e orientato alla generazione di un futuro inclusivo.

Le start up che oggi transitano da incubatori e acceleratori sono in fin dei conti “organizzazioni guidate dallo scopo”, uno scopo (purpose) dove la profittabilità convive con la sostenibilità e la felicità.

Una prospettiva questa da accompagnare con un investimento profondo ed intenso in termini di “educazione all’imprenditorialità. Per troppo tempo ci siamo concentrati su anonimi programmi di managerialità distillati nelle Università, è arrivato il tempo di lanciare nelle scuole italiane, un grande piano nazionale per l’educazione dell’imprenditorialità (includendo quella sociale ed ad impatto), capace di far riscoprire la desiderabilità del rischio, il valore dell’innovazione e la bellezza della generatività.

Fonte: Buone Notizie – Corriere della Sera