
L’innovazione sociale non si definisce, si riconosce
24 Aprile 2026La Scozia cambia le regole. E noi?
Community wealth building, proprietà comunitaria e procurement: una lezione per l’economia sociale italiana
Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON Research Center
Il 25 marzo 2026 la Scozia ha compiuto un passo che nessun governo al mondo aveva ancora fatto: ha trasformato il community wealth building in legge dello Stato.[1] Non una dichiarazione di intenti, non un piano strategico, ma una norma che obbliga lo Stato, gli enti locali e tutti i corpi pubblici a generare, far circolare e, soprattutto, trattenere la ricchezza nelle economie locali. La parola chiave è proprio quella: retention.
Non basta produrre valore, bisogna che rimanga nel territorio che lo ha generato. Il Community Wealth Building (Scotland) Act 2026 costruisce un’architettura precisa: il governo nazionale orienta le politiche economiche verso la riduzione delle diseguaglianze patrimoniali; gli enti locali traducono quell’indirizzo in action plan territoriali vincolanti; tutti i soggetti pubblici devono tenerne conto nelle proprie decisioni. I contenuti sono altrettanto precisi: uso del procurement pubblico come strumento redistributivo, diversificazione della proprietà di terra e asset strategici verso forme comunitarie, promozione di cooperative, imprese a proprietà dei lavoratori, imprese sociali. Non enunciazioni di principio: obblighi di azione, rendicontati periodicamente al Parlamento.
Alle spalle di questa legge c’è una pratica decennale. Il cosiddetto Preston Model,[2] sviluppato a partire dal 2013 in una città del Lancashire con una lunga storia di deindustrializzazione, ha mostrato che è possibile reindirizzare la spesa delle grandi istituzioni pubbliche locali, ospedali, università, enti locali, verso fornitori radicati nel territorio, trasformandole in anchor institutions al servizio dell’economia di prossimità. I risultati sono documentati: in cinque anni la quota di spesa pubblica trattenuta localmente è passata dal 5% al 18% nel perimetro di Preston e dal 39% all’80% su scala Lancashire,[3] con oltre 4.500 nuovi posti di lavoro. La Scozia ha preso quel modello e ne ha fatto diritto.

Economia sociale come innesco di nuove economie territoriali
Ciò che rende potente questa visione non è l’elenco dei soggetti che ne fanno parte. È la tesi di fondo: l’economia sociale non è interessante perché offre servizi a costi inferiori o perché coinvolge fasce fragili della popolazione. È interessante perché può essere il motore di attivazione di nuove economie territoriali, più resilienti, più inclusive, più radicate.
Una cooperativa di comunità non è solo un soggetto gestore: è il presidio attorno al quale si riorganizza la vita economica locale, si crea occupazione stabile, si trattengono giovani, si valorizzano produzioni del territorio. Una comunità energetica rinnovabile non è solo un modo per abbattere le bollette: è una forma di proprietà collettiva su un asset strategico, che distribuisce i benefici della transizione energetica a chi altrimenti ne subirebbe solo i costi. Un’impresa sociale radicata in un appalto pubblico non sostituisce semplicemente un fornitore privato: immette nella filiera locale lavoro, competenze, relazioni che moltiplicano il valore generato. È questa la promessa del community wealth building: trasformare la spesa pubblica e la struttura proprietaria dell’economia locale da fattori neutri a leve di sviluppo. Non redistribuire la ricchezza dopo che è stata creata, ma cambiarle la direzione mentre si forma.
Il procurement: 271 miliardi di leva quasi inespressa
In Italia il valore complessivo degli appalti pubblici nel 2024 è stato di 271,8 miliardi di euro, di cui 94,9 miliardi per servizi e 116,1 miliardi per forniture.[4] È la più grande leva finanziaria che la mano pubblica ha a disposizione per orientare l’economia reale. Eppure la utilizziamo quasi esclusivamente come strumento di efficienza allocativa: trovare il fornitore che costa meno, non quello che genera più valore nel territorio. Applicare criteri di radicamento locale, qualità del lavoro, forma cooperativa anche a una quota limitata di quella spesa produrrebbe effetti strutturali sulle economie locali che nessun incentivo fiscale settoriale potrà mai replicare.
Cosa ci dice la legge scozzese
In Italia abbiamo oggi una stagione di attenzione istituzionale all’economia sociale che non aveva precedenti: il Piano Nazionale per l’Economia Sociale promosso dal MEF, il gruppo di lavoro sulle imprese ad impatto coordinato dal MIMIT,[5] le strategie regionali in corso, il lavoro del Forum Nazionale del Terzo Settore e di Social Impact Agenda per l’Italia. È un quadro che va riconosciuto e valorizzato e la legge scozzese ci offre un esempio concreto di attuazione. Fissa una direzione di intervento pragmatica e ambiziosa insieme, quella di una competitività territoriale che non si misura solo sulla produttività delle imprese, ma sulla capacità di un luogo di generare benessere distribuito, proprietà diffusa, economia che non fugge.
La domanda che ci pone è semplice: i nostri piani per l’economia sociale sono all’altezza di questa ambizione? O rischiano di restare cataloghi di buone pratiche senza missioni concrete che trasformino davvero il modo in cui la spesa pubblica, la proprietà degli asset e la governance economica locale vengono organizzate?
L’economia sociale italiana ha gli strumenti, le competenze, una storia. Ha bisogno ora di politiche che la trattino non come un settore da sostenere, ma come un’infrastruttura da attivare, per costruire quella base territoriale della competitività che nessuna politica industriale calata dall’alto potrà mai sostituire




