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L’impresa sociale si trova a metà del guado

Articolo di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai

Quale evoluzione avranno le forme d’impresa costituite a partire dal perseguimento di espliciti obiettivi sociali?

Dall’approvazione del decreto sull’impresa sociale (Dlgs n. 112/17) sono da registrare le dinamiche della cooperazione sociale, ovvero del leader di settore sia per consistenza (circa 16mila unità), che per tradizione (fu il primo modello d’impresa sociale riconosciuto a inizio anni 90).

Secondo i dati Istat si assiste, dopo anni di solo segno positivo, a una diminuzione del numero di organizzazioni (-1,3% tra il 2018 e il 2019) anche se i dati economici e occupazionali sono in crescita, a indicare probabilmente gli effetti di processi di ristrutturazione organizzativa (fusioni, incorporazioni, ecc.) finalizzati a incrementare la massa critica in termini di gestione economico-finanziaria e d’impatto sociale.

Questa evoluzione è evidente nelle aree del centro-nord, dove i mercati e le reti sociali appaiono più maturi, mentre invece in quelle meridionali il fenomeno appare effervescente in termini di startup ma con maggiori difficoltà in fatto di sviluppo.

Oltre la cooperazione sociale, il quadro appare ancora residuale. Sono ancora circa un migliaio le organizzazioni come Srl, Snc, associazioni, fondazioni, che hanno assunto la qualifica d’impresa sociale, magari per operare in “nuovi settori” previsti dalla normativa e che sostanzialmente coincidono con tutto ciò che è diverso dal welfare sociale (assistenziale, educativo, sanitario) e dall’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, i due core business delle cooperative sociali.

Dunque ancora poche imprese sociali in campo ambientale, culturale, formativo, di rigenerazione urbana, e anzi in qualche caso queste nuove imprese sono di fatto veicoli d’investimento promossi dalle stesse cooperative sociali ad esempio per operare in settori, come la sanità, attraverso modelli societari che meglio rispondono a esigenze di investimenti capital e tech intensive.

Le spiegazioni di queste tendenze sono solo in parte riconducibili alle modalità di applicazione del nuovo impianto normativo.

Prevalgono forse fattori di tipo strategico, legati alla volontà di reti e organizzazioni di rappresentanza di accompagnare l’evoluzione verso l’impresa sociale di soggetti che manifestano potenzialità in tal senso, ad esempio perché hanno già un orientamento market oriented che approssima uno spirito di natura imprenditoriale.

Oppure, particolare non secondario, il fatto che si stanno affermando altri schemi di natura certificatoria e regolamentare come le società benefit che hanno intercettato un potenziale di imprenditività sociale in ambito for profit senza doversi fare carico degli elementi tipici dell’impresa sociale, che per questi soggetti potevano apparire più come vincoli che come opportunità: ad esempio un vincolo deciso alla distribuzione degli utili e soprattutto l’asset lock patrimoniale.

L’impresa sociale appare a metà guado: da una parte la riva di partenza rappresentata da processi di ristrutturazione delle sue forme tradizionali e dall’altra un approdo rappresentato da nuovi modelli che però sembra allontanarsi.

A spingere nell’una o nell’altra direzione saranno non solo le scelte interne ma anche le strategie di altri attori di un ricco ecosistema.

Articolo tratto dalla Guida “Non Profit” de Il Sole 24 Ore.