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Linee guida per l’impatto sociale: una ‘soft law’ per accompagnare un percorso irreversibile

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON, pubblicato su Vita.

La lunga attesa sulle “Linee guida per la realizzazione di sistemi di valutazione dell’impatto sociale” è finita con la pubblicazione il 12 settembre sulla Gazzetta Ufficiale (decreto 23 luglio 2019).

Come era lecito attendersi la strada intrapresa rappresenta una terza via fra una visione che lecitamente richiedeva criteri e soluzioni stringenti circa il processo di valutazione e la sua adozione ed una visione che nell’impatto sociale ha sempre visto un elemento accessorio e, per certi versi, distorsivo per valutare l’agire sociale.

La strada scelta è quella della “normatività” sociale, ossia assumere quella che l’economista e premio Nobel R. Thaler definirebbe “nudging” ossia quella spinta gentile capace di accompagnare un processo che, al netto delle Linee guida, risulta già profondamente modificato dalle richieste di valutazione d’impatto da parte di istituti bancari, istituzioni europee, fondazioni, donatori e investitori privati.

Le Linee guida riconoscono il valore dell’impatto e la sua alterità dalla rendicontazione sociale ponendo il tema del cambiamento innanzitutto negli effetti generati sulla comunità.

Un elemento fondamentale nei processi di “change management” del Terzo settore, utile a favorire una maggiore apertura con la consapevolezza che l’identità non va solo riconosciuta ma costruita e che, fra i beneficiari principali, vi è la comunità che è il “locus” dove osservare il proprio valore sociale (social impact as a community benefit).

Lo scopo delle Linee guida è in fin dei conti quello di “facilitare il percorso” innescando sperimentazioni utili a generare una solida cultura della valutazione. Come? Innanzitutto attraverso un frame di principi dentro cui alimentare scelte intenzionali (ossia ancorate ad una concreta strategia), misurabili (ossia descritte e valorizzate da indicatori qualitativi e/o quantitativi) e comparabili.

Riduttivo è affermare che il processo della Vis sia un percorso di mera auto-valutazione da parte dell’Ets stesso, poiché le Linee guida in più parti segnalano la centralità del coinvolgimento degli stakeholder nel percorso di definizione e validazione della “misura” dell’impatto (in altri termini il valore degli indicatori si evince dalla qualità dell’engagement).

Oltre a ciò il testo fornisce un’indicazione in termini di quale debba essere l’approccio metodologico. La scelta, seppur confusamente descritta, ricalca sostanzialmente la catena del valore dell’impatto, in cui oggetto di analisi sono gli input (risorse umane, monetarie/non monetarie, tangibili/intangibili), le attività (o servizi erogati/progetti realizzati), gli output (esiti delle attività poste in essere) e gli outcome (i risultati attesi diretti e indiretti delle attività).

L’adeguatezza e la scelta degli indicatori è lasciata agli Ets che in coerenza con le proprie dimensione del valore, possono utilizzare metodi sperimentali (es. Sroi) o meno. Con specifico riferimento agli affidamenti della PA, si è deciso di limitare la richiesta della Vis a progetti di entità superiore a 1 milione di euro e di durata superiore a 18 mesi; meno comprensibile, è la limitazione alla possibilità di applicare tale richiesta a progetti almeno sovra-regionali: decisione che porta con sé il rischio, di fatto, di disincentivare Regioni e Comuni a sperimentare nuove policy impact oriented a livello locale.

Significativo è il ruolo affidato alle reti nell’accompagnare i propri associati verso un percorso di capacity building e di personalizzazione (seppur dentro la cornice delineata dalle Linee guida) degli indicatori da utilizzare nella Vis. Una spinta, questa, utile a costruire comunità di pratiche capaci nel tempo di sperimentare e generare codici comuni.

 

Fonte: Vita (ottobre 2019)


Per saperne di più:

L’innovazione sociale come pratica radicale | Paolo Venturi | Luiss Open

Per promuovere dei cambiamenti reali dobbiamo ripensare il significato di ‘impatto sociale’ | Paolo Venturi | cheFare