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Neo-mutualismo tra sociale e digitale

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON, pubblicato su Il Sole 24 Ore

La più profonda recessione economica del dopoguerra non si può affrontare solo mettendo in campo incentivi e finanza, ma necessita di ricette capaci di evitare il precipizio di una secondo recessione, quella “sociale”.

Non possiamo infatti negare che nel corso della storia la resilienza del nostro paese si è fondata sul valore di quelle relazioni e istituzioni che spesso transitano fuori dal mercato e che oggi tanto l’economia quanto la comunità riconoscono come “essenziali” perla competitività e il benessere.

Per riattivare percorsi di sviluppo a prova di futuro occorre rilanciare la radicalità di una convergenza fra economico e sociale: una convergenza che oggi il digitale è in grado di attivare, aumentare e scalare, come mai prima nella storia. “DigitalFirst” e “Local First” sono i due imperativi di un nuovo scenario già in allestimento: l’emergenza non è solo il tempo della resistenza, ma anche quello in cui si inizia a coltivare il cambiamento.

L’innovazione degli ultimi due mesi corre sul binario di quelle economie e soluzioni disegnate intorno a quello che potremmo definire come il “Fattore Digical”(digital+ local). Lo shock della pandemia ha certamente dato un duro colpo al misoneismo (l’avversione all’innovazione), ma non è sufficiente per assicurare il futuro rispetto al ritorno allo status quo.

Partendo dal doppio assunto che l’innovazione “deve” essere sociale (in primis quella digitale) e che l’organizzazione che oggi avanza”in solitudine” perdere molto del suo valore, possiamo affermare che una nuova ecologia fra sociale e digitale è ciò che serve per alimentare una “discontinuità sostenibile”. Le esperienze di questi giorni sono prototipi per il futuro e nascono dalla collaborazione per certi versi obbligata, per altri desiderata fra Comuni e imprese sociali (piattaforme per ridisegnare la domiciliarità), fra Fablab e ospedali, fra sviluppatori di app ed il volontariato (per digitalizzare la consegna della spesa e la cura degli anziani), fra piattaforme di crowdfunding e le comunità ferite, fra startup digitali e istituzioni culturali ededucative impegnate riprogettare contenuti e nuove forme di fruizione a distanza.

Di fronte alla domanda concreta di nuovi bisogni si sta formando un “neo-mutualismo” fra chi opera nel sociale e chi vive di soluzioni digitali, una relazione su cui investire anche nel lungo periodo. Un’opportunità non solo per il sociale ma anche per le u mila startup innovative che credono che la valorizzazione del proprio investimento non passi appena nella tradizionale exit, ma attraverso lo sviluppo di mercati ad alto contenuto sociale.

Serve il coraggio per attivare un’azione corale, una convergenza capace di generare una nuova offerta di beni e servizi (ad alto valore sociale e comunitario e densi di tecnologia) per una domanda che si farà sempre più forte e intensa (la domanda pagante in ambito sociale superai reo miliardi annui).

L’avvio del Fondo Nazionale Innovazione (con miliardo di dotazione) potrebbe essere un fattore di propulsione molto importante per consolidare e avviare una nuova fase di innovazione che non separi digitale e i benefici tangibili perla società, per la cura e la prosperità delle comunità.

Non basta “lanciare call” per progetti d’impatto sociale, occorre abilitare un processo (ben più faticoso ma anche più promettente) che incentivi e favorisca la coproduzione fra le imprese e mondi diversi, che favorisca la nascita di nuove filiere e startup dal mindset digitale e dall’orizzonte pubblico.

Tanto il welfare in una prospettiva “community centered care”, quanto l’economia in una prospettiva inclusiva richiedono nuovi paradigmi L’investimento su politiche, imprese e soluzioni”Digical”è una delle strade “verso il meglio” che l’emergenza sta suggerendo.

Non sprechiamo questa grande opportunità.

Fonte: Il Sole 24 Ore