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Non c’è Pil senza comunità

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON, pubblicato su VITA.

Abbiamo bisogno di ridisegnare il campo di gioco, l’arena dentro cui economia, politica e società operano. Può sembrare un gioco di parole ma in fondo, le crisi non sono altro che cambiamenti che domandano, sollecitano un cambiamento: più la crisi è profonda e più la domanda sul cambiamento atteso e agito deve essere radicale.

Una radicalità da perseguire “insieme”, un processo che non può essere appannaggio di fughe solitarie e separate (il Terzo settore da una parte, l’impresa for profit dall’altra; il mercato da un lato e la comunità dall’altro), perché la crescente vulnerabilità e la prospettiva di uno sviluppo diverso, ossia più inclusivo, richiedono di mettere a valore una maggiore e più autentica interdipendenza, una nuova ecologia capace di alimentare contemporaneamente inclusione e competitività.

Dentro il dramma dell’emergenza sanitaria questa naturale propensione a cooperare si è mobilitata in maniera potente, costruendo soluzioni di mutualismo comunitario e d’innovazione sociale stupefacenti.

Le reti di volontario informale aggregate tramite una app, la riconversione delle filiere d’inserimento lavorativo per la produzione di mascherine, le collaborazioni inattese fra makers e ospedali, la dedizione della cooperazione sociale nel rendere esplicita la sua “funzione pubblica” garantendo la cura anche quando non era nelle condizioni di sicurezza.

Questa eccedenza è frutto di un’alchimia su cui occorre riflettere, che non possiamo permetterci di perdere. Dai territori non è emersa appena una risposta emergenziale, ma la genesi di nuove istituzioni, imprese, reti e governance sperimentali che intorno ad una ritrovata coscienza di luogo hanno messo in campo le proprie risorse, competenze.

Il vero fattore di resilienza non è stato appena la responsabilità nel seguire delle regole, ma l’attivazione di un’intelligenza collettiva il sentirsi soggetto comunitario. I territori sono infatti diventati delle “learning communities” ossia piattaforme che hanno fatto della creazione e della condivisione di conoscenza il proprio fattore di vantaggio comparato, facendo leva sulle motivazioni intrinseche e il senso di appartenenza. In altri termini, è emerso il DNA di un territorio: il suo capitale sociale e culturale nonché il suo “capitale connettivo”.

È stato uno spettacolo veder convergere “la comunità della cura con “la comunità operosa” (A. Bonomi) in maniera intenzionale, senza dover sottoscrivere contratti ma basandosi su patti e reciprocità, così come ha stupito non poco l’impegno delle imprese che, superando le secche della tradizionale visione della CSR, hanno investito sul proprio territorio sostenendo gli ospedali e la protezione civile, da azionisti, consapevoli che il bene (comune) del territorio sia la modalità più adeguata per coltivare la propria competitività. Una responsabilità civile che si traduce nel riconoscersi “abitanti”: sono infatti i territori competitivi a fare le imprese competitive e non il contrario.

Ma cos’è il territorio? Non è appena una dimensione geografica, ma una dimensione “vivente”, frutto della conversazione fra il capitale naturale e quello socio-economico, è un “soggetto” in costante cambiamento. Il territorio esiste nella misura in cui esistono relazioni, scambi, qualcuno disposto a dargli identità e valore, Non è un giacimento da cui estrarre valore, ma richiede cura e consapevolezza che la cooperazione è un atto di mutuo interesse.

Senza tutto ciò il rischio è il fallimento, perché anche i territori, come Stato e il Mercato, possono fallire. Questa crisi sanitaria e il conseguente shock che ha generato per la prima volta una recessione economica e sociale (dovuta all’impossibilità nel periodo del lockdown di abilitare relazioni), ha dimostrato come il rischio del fallimento dei territori sia possibile non solo nelle aree interne del Paese o nei margini delle nostre città, ma anche dove apparentemente l’economia e la società prosperano.

Ecco che, quindi, per immaginare e percorrere la strada verso “il meglio” occorre una profonda azione di territorializzazione densificando la geografia di cultura e istituzioni comunitarie: imprese, banche, fondazioni, cooperative e reti.

Solo la presenza del “Terzo Pilastro” (Raghuram Rajan) è in grado di garantire un diverso ordine sociale, una prospettiva, cioè, capace di mettere in campo beni relazionali, la valorizzazione di beni comuni e, soprattutto, le aspirazioni delle comunità. Prima ancora della catena del valore, occorre ri-categorizzare gli attori dello sviluppo: le comunità intraprendenti vanno messe dentro al paradigma e non a latere, non dopo. Basta con le soluzioni da fuori o dall’alto, soluzioni che arrivano già stanche ancor prima di atterrare sui territori.

Dentro questa prospettiva diventa perciò centrale e urgente la missione del Terzo settore di territorializzare la cura e gli investimenti sul welfare. In questo senso la crisi è stata un grande fattore di accelerazione di una moltitudine di soluzioni, spesso abilitate da piattaforme digitali, capaci di offrire servizi domiciliari e opportunità di conversazione con gli abitanti. Anche la crescente simbiosi fra welfare aziendale e territorio si è prodotta grazie alle imprese sociali (esemplari in questo senso sono le progettualità di Cgm nate in numerose città), alla loro biodiversità.

Una differenza che va tutelata, a partire dal rapporto con la PA che non ha ancora colto la funzione trasformativa di soggetti troppo spesso derubricati come gestori. Va tolto il tappo dal collo di bottiglia dentro cui molte organizzazioni della società civile sono compresse e bloccate.

Occorre ritornare al territorio, facendosi preferire in primis dalla propria comunità, coscienti che il futuro del Terzo settore non potrà essere consegnato all’aspettativa di normative benevolenti ma, come ha ricordato anche recentemente Giuseppe De Rita, solo all’urgenza di un desiderio che guarda al futuro come qualcosa di buono.

FONTE: Vita Bookazine 6/2020