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Per un’economia che non separi l’economico dall’umano

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON.

Immaginare il cambiamento e costruire il futuro, per molti è una tensione verso un “nuovo umanesimo” tanto nell’economia quanto nel lavoro e nel welfare.  Ma perché tutto ciò non si riduca ad un mero slogan è necessaria una visione ed un’azione politica capace di prendersi il rischio di declinare nella formula dello sviluppo tanto gli obiettivi quantitativi, quanto quelli qualitativi.

Lo sviluppo infatti postula la piena valorizzazione di tutte quelle componenti civiche e civili che costruiscono la premessa della prosperità e che troppo spesso giacciono in “in panchina” quando si giocano le partite che “contano”.

Il termine “umanesimo” dovrebbe farci tornare alla metà del XV secolo (umanesimo civile) quando in Toscana un significativo numero di pensatori e intellettuali cominciò a cambiare visione sulla relazione esistente fra le varie sfere della società: cultura, politica e società dovevano interagire per il bene comune.

L’impegno letterario era infatti strettamente legato a quello politico, la partecipazione attiva alla gestione della città; tutto doveva convergere per la libertà e la giustizia. 

Partendo da questa breve premessa emerge con chiarezza come sia impensabile parlare oggi di “umanesimo”, senza potenziare la dimensione contributiva di tutte le formazioni socio-culturali ed i soggetti economici nati da motivazioni diverse da quelle orientate alla mera “utilità” del singolo.

L’Italia è un paese ricchissimo di  reti, legami, economie, luoghi e opere nate da percorsi comunitari e associativi  aventi un orizzonte pubblico: le oltre 359.000 organizzazioni non profit, i quasi 6 milioni di volontari ed il milione di occupati sono solo un parte di quel tessuto sociale che ha il suo valore espressivo ed emergente non tanto nell’essere una stampella della pubblica amministrazione o un meccanismo riparatore del mercato, bensì nel promuovere “valore” in maniera relazionale, producendo così un “mutuo beneficio” a tutti gli attori in campo.

L’umanità fiorisce dentro una dimensione relazionale dove al centro risiedono comportamenti e norme sociali, e non solo un governo e una democrazia efficienti.

Ha scritto il sociologo Ralf Dahrendorf: «La democrazia e l’economia di mercato non bastano. La libertà ha bisogno di un terzo pilastro per essere salvaguardata: la società civile. La caratteristica essenziale della società aperta è che le nostre vite si svolgono in ‘associazioni‘, intese in senso lato, che stanno al di fuori della portata dello Stato». 

In questo senso – come ricorda Dahrendorf – la libertà ha bisogno della società civile, alla quale chiede spazi di azione che né il mercato né lo Stato sono in grado di assicurare.

Ecco quindi che una prospettiva politica orientata a far ripartire il Paese non può, come nel recente passato, ricadere in una visione “duale” Stato-Mercato, rendendo residuale e finanche accessoria l’idea di Comunità. Abbiamo certamente bisogno di “dilatare” il perimetro del pubblico e della partecipazione, ma non a discapito «del riconoscersi e del farsi comunità».

Valorizzare l’apporto della comunità non è una strategia rivendicativa, bensì una premessa per rigenerare entusiasmo e fiducia.

La fiducia non è un vago “sentimento”, ma la possibilità concreta che un bene possa essere condiviso, che le transazioni e gli scambi di mercato possano essere più efficienti, che le politiche possano avere impatto sociale. Senza un programma che alimenti la fiducia, diventa difficile immaginare uno sviluppo “umano”.

Ma come può un Governo evitare di pagare il prezzo della sfiducia e ridurre l’impatto di questo spread? Innanzitutto “offrendo” fiducia a chi dimostra di lavorare per il bene comune (per questo urge una diversa categoria d’indicatori orientati all’impatto sociale), poi condividendola con coloro i quali sono in grado di generarla, differenziando cosi i produttori di fiducia (trust producer) dai meri consumatori (trust consumer).

La fiducia richiede scelte e decisioni, necessita di un ambiente e di una sua ecologia. Ecco perché un’altra partita decisiva da cui può nascere un cambiamento radicale è la valorizzazione dei beni comuni.

ll benessere infatti, dipende da tre categorie di beni: privati, pubblici e comuni. La politica negli ultimi 50 anni si è concentrata “troppo” sui beni privati, “troppo poco” sui beni pubblici e quasi per niente sui “beni comuni”.

Il valore aggiunto dei beni comuni, infatti, sta proprio nella modalità di fruizione e gestione degli stessi: diversamente da un bene pubblico è necessaria una convergenza di intenti, organizzativa e di governo.

In altri termini il tema dei beni comuni (dalla conoscenza all’acqua, dall’ambiente ai luoghi) non si può risolvere dentro una schermaglia ideologica fra “privatisti e statalisti”,

(a tal proposito è allarmate sapere che da 9 dicembre è possibile scambiare un future legato alle variazioni di prezzo sull’acqua in California, il Nasdaq Veles California Water Index)

ma chiede alla politica di aprire la porta a nuove forme di mutualismo e impresa che vedono le comunità protagoniste. Una visione in cui diventa centrale l’attivazione dei cittadini, spesso protagonisti di forme innovative di cura e gestione degli spazi urbani, di rigenerazione di beni abbandonati e di beni culturali inutilizzati.

Solo 20 anni fa questi beni si rigeneravano attraverso percorsi “speculativi” o di “finanza pubblica”; oggi il loro futuro è in mano a quella spinta dal basso capace di restituire una funzione “comune”.

Per attivare questi processi di rigenerazione, che si tratti di una periferia, di una casa cantoniera, di una stazione, non basta più solo l’intervento della Pubblica amministrazione, occorrono politiche che lasciano spazio a nuove economie comunitarie e nuove forme d’imprenditorialità sociale.

Il valore di un asset passa sempre di più dal suo valore d’uso (comunitario) e dal valore di legame che genera.

In altri termini un nuovo umanesimo è pensabile solo dentro una relazione autentica con la società in tutte le sue forme (sociali, economiche e culturali).

Una relazione da misurarsi attraverso decisioni politiche e fatti concreti capaci di conversare e non solo consultare strumentalmente la società.