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Cultura come grammatica per la ripartenza

La crisi ha posto in evidenza la fragilità e la frammentarietà del settore culturale. Per riflettere sul ruolo della Cultura per lo sviluppo sostenibile, economico, sociale e civile del nostro Paese – all’interno del ciclo di webinar AICCON Learning Factory – abbiamo organizzato un webinar con Paolo Venturi a confrontato con Pier Luigi Sacco, docente presso l’Università IULM di Milano.

 

Paolo Venturi – Tre riflessioni a mio avviso sono indispensabili in questo momento storico. La prima è la mancanza una lettura culturale, ossia della Cultura come lente per guardare non soltanto ciò che accade, ma anche per filtrarne le ragioni, scoprirne i significati e immaginare nuove soluzioni. La Cultura è stata chiamata in causa solo come elemento compensatorio o additivo.

Nei paesi del Sud est asiatico gli artisti sono stati ingaggiati per comunicare, mediare il contatto con la popolazione. In Italia, il messaggio è stato affidato solo ad un approccio sanitario, da “comitato scientifico”. È mancata una semantica capace di far cogliere non solo l’urgenza, ma anche l’eccezionalità di un momento storico.  Un esempio di intelligenza collettiva in Italia, di iniziativa partita dal basso,  è stata la realizzazione dell’Alfabeto pandemico dello Stato dei Luoghi. Una ri-semantizzazione per certi versi paradigmatica, avere un diverso alfabeto per giudicare la realtà e immaginare il futuro, è un’azione integralmente culturale.

Se non abbiamo uno sguardo che include la Cultura diventa difficile fare politiche di sviluppo che sfidano l’incertezza e la crescente “Individualizzazione”. Come agire?

 

Pier Luigi Sacco – Il problema non è solo italiano. Esiste una generale difficoltà nell’inquadrare la Cultura all’interno del funzionamento delle società e ovviamente anche delle economie contemporanee. Le ragioni sono a volte difficili da capire. In generale potremmo dire che  abbiamo  una visione della Cultura da un lato riduttiva, dall’altro schizofrenica.

Quando dobbiamo raccontare chi siamo, partiamo dalla Cultura in modo naturale, spontaneo. Lo fanno anche coloro che paradossalmente non si interessano di Cultura nella quotidianità. Quando però dobbiamo andare a capire come funziona la nostra società, quali sono i suoi elementi critici, la Cultura è irrilevante.  A mio avviso ciò deriva dal fatto che c’è stato un confinamento della Cultura nell’ambito dell’intrattenimento. È anche questo, ma l’aspetto del relax, del divertimento, in realtà è molto limitativo. In questa crisi abbiamo visto come la Cultura si lega profondamente alla salute mentale delle persone, come sia una colonna della coesione sociale e della costruzione delle comunità. È inutile dire quanto radicalmente la Cultura entri in tutta l’ideazione del nuovo, dell’innovazione.

Nel pensare a un rilancio globale dell’Italia nella crisi post Covid non possiamo assegnare  alla Cultura il ruolo di settore che può produrre  solo qualche indotto senza renderci conto che la nostra incapacità di crescere si deve anche proprio alla nostra incapacità di mettere a sistema la Cultura. Tutto questo è particolarmente singolare se pensiamo che siamo comunque il Paese, almeno geograficamente, da cui viene il Rinascimento, cioè il modello sociale che ha prodotto questa profondissima integrazione dell’innovazione culturale nel cambiamento sociale e nell’innovazione tout court.

Accade però anche a livello europeo. Ora è in corso una battaglia per ampliare il budget della Cultura nelle prossime programmazioni comunitarie e l’Europa ha fatto passi avanti anche  grazie al lavoro degli ultimi anni con l’anno Europeo del Patrimonio Culturale, con la nuova Agenda Europea della Cultura che è un documento strategico importante che per la prima volta mette al centro l’impatto sociale ed economico della Cultura. Ma in  generale manca  questo tipo di  consapevolezza.

La situazione italiana è critica. Siamo un paese diviso dal punto di vista della partecipazione culturale. Fifty-fifty.  Un 50% di italiani è interessato alla partecipazione culturale e almeno una parte di questi accede continuamente alla Cultura, partecipa, è molto attivo. Per l’altro 50% della popolazione la Cultura di fatto non esiste. Non apre un libro, non va al cinema, non va in un museo, non va a teatro, non considera nulla che possa avere a che fare con la partecipazione culturale.

In un paese così diviso, la Cultura non può assumere un ruolo centrale, anzi riproduce  le disuguaglianze sociali.

L’Italia ha due ferite profonde legate alla Cultura. Una è quella della distinzione sociale. In un momento storico che ha molto inciso sulla nostra coscienza collettiva, la Cultura ha spesso funzionato, non sempre volontariamente, come fattore di distinzione che finiva per generare disagio in coloro che non disponevano di un certo capitale culturale. Il secondo tema è legato agli anni di piombo e del terrorismo.  In quel periodo, le frange più sperimentali della Cultura italiana si sono legate a un certo tipo di identificazione politica che in altri paesi è stata la base per la nascita di una nuova classe dirigente. Per esempio da quella Cultura, in gran parte di sinistra, che veniva da quegli anni difficili, è nata la generazione che ha portato alle politiche culturali e alle politiche della creatività che sono riuscite a portare la sperimentazione dell’innovazione culturale all’interno dell’agenda politica,  soprattutto dell’Europa del Nord.

In Italia invece, il tema della sperimentazione culturale si è  inconsciamente legato alla  questione della violenza e del terrorismo, che evoca pericolo. La conseguenza è stata l’identificazione nostalgica nella tradizione come contrapposta all’innovazione, il rifugio in luoghi culturali protetti,  in ciò che conosciamo bene, nel ‘buon senso’. Categorie  autoconsolatorie, che in parte hanno a che fare con la difficoltà del nostro Paese a fare i conti con il proprio passato. Ed è un dato di fatto che non abbiamo saputo fare i conti col terrorismo e con le altre fasi oscure del nostro passato storicamente recente. Ciò ci ha penalizzato moltissimo. Tutti i nostri eroi culturali -Leonardo, Michelangelo, Caravaggio- sono stati degli irregolari; avrebbe avuto grandi difficoltà di riconoscimento sociale in una società come la nostra.  In questo contesto sociale è difficile inquadrare e valorizzare davvero le potenzialità della Cultura.

Va considerato che dal punto di vista delle proposte dal basso, in questo momento l’Italia esprime eccellenza. Penso al lavoro straordinario del giornalista  Emilio Casalini che è andato in giro per l’Italia raccontando una nuova idea della bellezza e presentando come protagonisti alcuni degli agenti di questo cambiamento, come Farm Cultural Park e Arte Sella. Se la politica non prende atto ora delle potenzialità della Cultura per lo sviluppo, in un momento nel quale c’è la possibilità di attivare un nuovo ciclo di sviluppo paragonabile a quello del secondo dopoguerra, si perde una opportunità che non si ripresenterà.

L’Italia in questo momento ha due grandi chances.  La ricostruzione post Covid con il Recovery Fund, una grandissima iniezione di potere di spesa, ma non solo. L’Italia storicamente non ha saputo né programmare, né fare strategie. Il  rischio è che il Recovery Fund si trasformi in una gigantesca torta da fare a fettine.

La seconda grande opportunità è connessa alla presidenza italiana del G20 prevista per il 2021. Avremo la possibilità di guidare un’agenda globale che si incrocia con l’agenda della ricostruzione. In questa situazione, Recovery Fund + Agenda G20, l’Italia deve avere l’intelligenza e la lucidità di proporre una strategia di innovazione culturale che serva a connettere la spinta dell’innovazione dal basso con le decisioni politiche, in una  visione di sistema-Paese fino ad oggi largamente assente.

L’Italia deve ripartire dall’educazione, perché abbiamo bisogno di una rivoluzione educativa paragonabile a quella avvenuta in paesi come la Finlandia e la Corea del Sud. Abbiamo bisogno di diventare un Paese nel quale tutto ruota attorno all’educazione.  Immediatamente dopo viene la Cultura, e in particolare una Cultura interpretata come leva di cambiamento profondo, radicale, comportamentale.  Se perdiamo questa chance, sarà difficile la ripresa. I fondi del piano Marshall hanno creato il fondamento per il boom economico del secondo dopoguerra. Le fabbriche erano distrutte. Abbiamo reinstallato una capacità produttiva con i migliori standard tecnologici esistenti e l’Italia si è trovata sulla frontiera dell’innovazione manifatturiera.  La situazione oggi è analoga e non possiamo rischiare di  perdere un’occasione realmente unica, della quale ci chiederanno conto le generazioni che verranno.  L’opinione pubblica non ne ha consapevolezza e dobbiamo essere focalizzati nel  far passare questo messaggio. Anche il mondo culturale non ha contezza del ruolo chiave che  può giocare in questa trasformazione.

È chiaro che ora la priorità per ogni settore sia rimettersi in piedi, superare le serissime difficoltà che espongono tante realtà al rischio di chiusura, ma occorre avere lo sguardo lungo. Se ricostruiamo la Cultura come  nel recente passato, ci accontentiamo delle briciole, di  essere un settore residuale. Nella fase del boom economico la Cultura ha giocato un ruolo determinante nel far diventare l’Italia un paese moderno. La televisione, che è un’industriaculturale, ha contribuito ad esempio alla formazione, all’unità linguistica, alla costruzione di un immaginario collettivo.

Dobbiamo quindi  far comprendere ai decisori che  la Cultura non può essere solo utilizzata per  discorsi retorici di circostanza, ma deve davvero ridiventare uno degli assi centrali del modello di sviluppo.

 

P.Venturi – Concordo, riprendo alcuni punti del tuo discorso. Prima di essere un settore “la Cultura” è un bene di stimolo. La ripartenza ha bisogno di stimoli, non di “beni di confort” o di “benevolenza”. Abbiamo bisogno di buone ragioni ed esperienze di visione affinché le persone possano tornare a investire, di buone idee. Ma cos’è una buona idea? Ce lo dice Albert Hirschman “ Se un’idea non è incoraggiante, è sbagliata”. È impressionante vedere quanto questa fase di lockdown sia stata generativa e abbia alimentato un’intraprendenza impensabile fra soggetti che trovatisi soli hanno cominciato a condividere una comune visione e comuni obiettivi. Il futuro inizia dalla capacità di includere l’esistente, ossia ciò che l’emergenza ha  generato in termini di risposta, conflitto e mediazione. Occorre alimentare politiche che valorizzino l’innovazione emergente (per troppo tempo silente) che viene dal basso. Non basta capovolgere la “clessidra” (da approcci “top down” a quelli “bottom up”), serve una nuova generazione corpi intermedi, una diversa intermediazione capace di legare la politica con l’intelligenza collettiva. Manca e ne abbiamo bisogno. Soggetti leggeri non impegnati a riprodurre le logiche del “group think”, ma a rammendare la frattura  con un attivismo sempre più residuale, in termini di protagonismo. Lo ripeto, occorre immaginare nuove forme di intermediazione. Per quanto riguarda la dimensione trasformativa della cultura, hai già detto molto. Aggiungo solo alcune cose. Il Capitale Culturale si alimenta agendo sia sullo “stock” (patrimonio) che sui flussi (imprese culturali/creative) ossia sulla partecipazione e produzione culturale.  Due elementi  da ricomporre che  non possiamo più permetterci di tenerli separati.  Occorre ridisegnare il campo: la Cultura è l’unica piattaforma di pre-innovazione che abbiamo per alimentare percorsi di sviluppo endogeno, ci serve “come il pane” (e qui il pensiero va al  MAMbo di Bologna che si reinventa e dà vita al Nuovo Forno del Pane, centro di produzione delle arti e luogo per nutrire la visione del futuro).  Serve un ambiente, una ecologia, non ce la caviamo appena mettendo l’esperto culturale nelle task force (cosa che comunque aiuterebbe non poco). L’altro tema sul quale ti chiederei un confronto è quello dell’innovazione culturale. Nel volume edito da che-fare “La cultura in trasformazione” emerge con forza un tratto che in questi anni è stato visibile credo a molti (almeno a quelli che avevano gli occhi aperti) ossia che l’innovazione sociale culturale è un “fatto sociale”, un’azione trasformativa e capacitante.

Lo vediamo nella rigenerazione, nella capacità di catalizzare e generare nuove forme di partecipazione, di democrazia dal basso, di alimentare luoghi ibridi ad alta densità sociale. In altri termini la Cultura è il miglior innesco che abbiamo per affrontare la complessità delle nuove sfide sociali. In questi ultimi 5 anni ho conosciuto bene l’impresa culturale, come “impresa intenzionalmente sociale” come un attore imprescindibile delle nuove economie ibride e dei processi generativi innestati sul DOVE (direbbe qualcuno..). Bene. Oggi Pierluigi, mi piacerebbe cominciare a fare l’inverso, credo sia arrivato il tempo di fare il percorso inverso.

Per l’impresa sociale credo sia arrivato il tempo di pensarsi come impresa culturale. La Cultura in questo modo potrebbe essere il vero catalizzatore dei nuovi mercati del benessere, della cura, dell’inclusione e dell’educazione.  Muoio dalla voglia di fare il percorso opposto: Impresa sociale come impresa culturale.

 

P.L.Sacco – Sono due temi molto importanti. Il discorso dei corpi intermedi è  cruciale in questa fase.

In merito alle capacità di spesa, ciò che è paradossale, è che l’ultimo problema saranno le risorse. Le risorse ci saranno, ma il problema è che in un paese con una scarsissima cultura della pianificazione si rischia di avere un collo di bottiglia spaventoso tra le strutture centrali, che dovranno impiegare molte risorse in pochissimo tempo e tutta una serie di realtà dal basso che non riescono neppure ad arrivare ad un’interlocuzione con quei soggetti. Quindi se non si riesce ad attivare rapidamente questo tessuto di corpi intermedi, che è capace di operare questo tipo di mediazione, non avremo nessuna possibilità di utilizzare quelle risorse in tempi utili e in modo efficace.

La vera risposta è proprio questa, noi dobbiamo prima di tutto creare in tempi rapidi una filiera efficiente che abbia allo stesso tempo strategia e visione, capacità di implementazione e capacità di misurazione dei risultati.

Questo significa in particolare lavorare anche su grandi progetti di innovazione strutturale.  È evidente che molti di questi progetti passeranno dall’accelerazione dell’innovazione guidata dal digitale. Il digitale non risolve magicamente i problemi, né si sostituisce all’esperienza fisica. L’Italia, che  è sempre stata in prima linea per lo sviluppo delle nuove tecnologie digitali con alcuni dei maggiori centri di competenze, non ha però tradotto  minimamente questa eccellenza in politica, in strategia su scala nazionale.

Abbiamo assistito a una prima fase dell’Economia delle piattaforme digitali di contenuti, guidata dal privato, che inevitabilmente è stata un far-west. Da un punto di vista legislativo e organizzativo e tecnologico era un campo nuovissimo;  ogni attore vi ha preso parte, creandosi il proprio spazio e occupando il territorio disponibile senza che si comprendesse il quadro di insieme. Oggi abbiamo capito quali sono i pro e anche i contro di una colonizzazione selvaggia dello spazio digitale da parte dei privati, molti dei quali sono aziende con una cultura organizzativa bivalente, perché anche quando sono bravi dal punto di vista dell’engagement del pubblico, sono estremamente tradizionali e poco flessibili dal punto di vista degli obiettivi, che sono quasi sempre fortemente centrati su una massimizzazione del profitto pochissimo sensibile a istanze più complesse.

Una risposta alla crisi di crescita in cui  ci troviamo è  immaginare un ecosistema digitale in cui il grande assente, che deve diventare presente, è il pubblico, che non è in concorrenza al privato. Occorre un pubblico che si muova nella sfera digitale per una un’innovazione radicale che permetta di sperimentare nuovi linguaggi, nuove tecnologie, nell’interesse collettivo, tenendo conto di tutte le nuove problematiche legate  ai dati, ai metadati, al controllo sociale, che vada a dare spazio alle piccole realtà che da sole non potrebbero mai averlo. Attraverso  una piattaforma pensata in una logica pubblica di innovazione radicale, possono dare un contributo formidabile e quindi sviluppare competenze sociali e competenze tecnologiche per immaginare una società digitale del XXI secolo che va al 95% ancora costruita. In questo l’Italia potrebbe e dovrebbe giocare un ruolo di innovation leader e un pezzo significativo del Recovery Fund potrebbe essere investito su questo tema.

In questa direzione, sul versante tecnologico e sociale, la Cultura diventa risorsa di educazione  e formazione non solo nelle scuole dell’obbligo o in tutto il ciclo formativo, ma anche nel lifelong learning, su cui l’Italia ha un ritardo spaventoso. L’integrazione all’interno di nuove piattaforme digitali innovative, tra forme di innovazione educativa e di innovazione culturale vanno letteralmente mano nella mano.  Ciò non significa che dobbiamo dimenticare  scuole e musei fisici, ma costruire  ambienti ibridi dove queste due dimensioni interagiscono. È una possibilità straordinaria. Possiamo usare il digitale per creare ambienti immersivi dal punto di vista della conoscenza, che finalmente avvicinino anche le persone che non hanno un determinato tipo di preparazione culturale o esperienza.

Non  si tratta  semplicemente di facilitare la fruizione,  ma di integrare tutto questo in una visione di trasformazione sociale profonda.

Riguardo all’altro punto, leggere l’impresa sociale come impresa culturale e non solo viceversa.

Pensiamo al problema della marginalità sociale legata alla povertà sociale, al multiculturalismo, alle migrazioni. Possiamo adottare una serie di misure che abbiamo imparato, ma se non realizziamo un profondo cambiamento di cognizione dell’alterità socio-culturale, la stragrande maggioranza di queste azioni ha un’efficacia molto limitata. Possiamo lanciare programmi di incentivazione all’integrazione,  ma se la maggior parte delle persone è terrorizzata dalla diversità culturale è complesso varare  politiche di integrazione per le persone che provengono da altri contesti socio-culturali.  Per cambiare lo scenario non possono essere  utilizzati né strumenti puramente economici né soltanto gli strumenti delle politiche sociali tradizionali. Occorre avviare un profondo cambiamento di cognizione sociale nelle persone per renderle in grado di rispondere con delle routine efficaci a problemi ricorrenti, con nuovi modelli. La riprogrammazione culturale del rapporto con l’altro da sé è un tema cruciale, non solo dell’Italia, ma nel nostro Paese ha una dimensione particolarmente rilevante. Da tutte le indagini sociali risulta che  l’Italia abbia sviluppato  forme di avversione irrazionale per la diversità culturale tra le più alte del mondo.

Questo è solo un esempio. Se l’impresa sociale impara a utilizzare questi strumenti in modo diverso, creativo, innovativo, lavorando  letteralmente su un processo di co-creazione di apprendimento con l’impresa culturale più tradizionale, si aprono  possibilità straordinarie. Penso per esempio al lavoro che è stato fatto in ambito culturale per il recupero degli adolescenti a rischio in situazioni molto più complesse di  quelle medie che affrontiamo  oggi in Italia. Il  progetto “El Sistema” in Venezuela,  attraverso l’educazione alla musica classica è riuscita a salvare intere generazioni di giovani a rischio in contesti sociali disfunzionali, spesso destinati ad una morte violenta prematura all’interno delle gang giovanili sudamericane.  La Cultura ci mostra che non c’è modo più efficace di recuperare adolescenti a rischio che aiutarli a trovare  un senso, uno scopo nel fare le cose. La Cultura ha una capacità potentissima di orientamento.  Non si tratta di aneddoti edificanti, ma strumenti che noi possiamo e dobbiamo usare. Se non lo facciamo rinunciamo letteralmente a utilizzare competenze chiave per raggiungere un certo tipo di obiettivi. Non  riesco ad immaginare un solo obiettivo delle politiche sociali che non possa beneficiare da una fertilizzazione incrociata, profonda, con strumenti di tipo culturale.

Entrambi i  mondi, culturale e sociale devono  uscire dalla loro comfort zone, incontrarsi in uno spazio nuovo.

 

P. Venturi – Nell’Agenda 2030 della Sostenibilità,  la Cultura è dentro a ognuno dei 17 obiettivi, ma manca un asse specifico.  Non pensi sia necessario in qualche modo inserire negli SDGs anche l’esperienza culturale, l’attivazione culturale?  Il rischio è di lasciare fuori quello che è la premessa di tutti questi obiettivi. La sostenibilità passa in gran parte da questi obiettivi, così come le missioni (Mazzucato) delle sfide sociali. Gli indicatori influenzano le strategie.  Credo sia stato un errore non aver inserito un “diciottesimo obiettivo” sulla partecipazione culturale. Si dice che la Cultura è trasversale a tutti, certo. Ma credo che oggi la questione culturale debba proporsi con più radicalità. Tu cosa ne pensi?

 

P.L.Sacco – La decisione è stata pragmatica. Intendendo la Cultura anche soprattutto come un auto rappresentazione delle varie società, non si sarebbe mai arrivati ad una definizione  accettata da tutti. Non dobbiamo cadere nella trappola di definire che cos’è la Cultura. Non serve. Esistono miliardi di definizioni possibili di Cultura, ma non dobbiamo creare un sistema assiomatico. Possiamo sicuramente lavorare intorno a un nucleo ampiamente riconosciuto di pratiche che  possono fare un’enorme differenza; oggettivamente a qualunque dei 17 SDGs noi potremmo legare delle pratiche culturali che potrebbero essere impattanti.

Credo che sia troppo tardi per immaginare un’integrazione, però quello che adesso si può fare è non accontentarci. La Cultura è talmente importante da essere potenzialmente presente in tutti i 17 SDGs. Dobbiamo provare a lavorare davvero in modo operativo su come la Cultura possa fare la differenza almeno in alcuni di questi.  Forse è bene prendere atto di questa limitazione. Allora evitiamo le enunciazioni di principio e partiamo dalle pratiche emergenti, per una nuova alleanza tra impresa sociale e impresa culturale.

 

P. Venturi – Un’ultima battuta sul tema dell’imprenditorialità. Credo che su questa parola vada fatta una riflessione matura e non ideologica. Occorre restituire dignità alla dimensione imprenditoriale all’interno del contesto culturale. Immaginare che dentro lo spazio culturale ci sia anche potenzialmente lo spazio per rischiare e produrre valore aggiunto (perché questo è il senso dell’imprenditorialità) credo sia importante riaffermarlo. L’imprenditorialità culturale quando si declina in simbiosi con la propria comunità diventa fra l’altro oltre che un strumento per la competitività dei territori, anche una freccia nell’arco delle politiche d’innovazione e inclusione sociale. Cosa pensi delle nuove economie della Cultura?

P.L.Sacco – Oggi la  distinzione tra i produttori e il pubblico, l’audience development, è una prospettiva superata dai fatti. Da quel punto di vista c’è uno spazio incredibile di innovazione sociale, di innovazione imprenditoriale che non può essere  quella di monetizzare i propri contatti, i propri follower, ma  di orchestrare delle forme di partecipazione che producono valore economico e valore sociale, in modi negoziati chiaramente, nei quali il ruolo dei professionisti culturali è anche quello di orchestrare questa partecipazione, aprendo nuove prospettive di creatività condivisa. Senza strumentalizzazioni, ma lavorando sulla valorizzazione dell’intelligenza collettiva. Questa è a mio parere una linea di sviluppo importante dell’imprenditoria sociale e culturale del nuovo secolo in cui ci troviamo ad operare.

Fonte: AgCult