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Qualità del lavoro e futuro della cooperazione sociale
Articolo di Paolo Venturi tratto dall’intervento in occasione dell’ Assemblea Federsolidarietà Confcooperative, Roma 2026.
I. Il lavoro come fondamento
Gli articoli 1 e 4 della Costituzione italiana fondano la Repubblica democratica sul lavoro. Lo fanno definendolo come diritto soggettivo e come azione contributiva alla crescita della società. Sono principi fondanti che pongono il lavoro al centro non solo di una vita buona, ma della qualità stessa della democrazia. Il lavoro, però, è anche un bisogno, infatti non si può separare ciò che il lavoro significa da ciò che il lavoro produce. Questa inseparabilità è il punto di partenza di ogni riflessione seria sulla qualità del lavoro cooperativo ed in particolare della cooperazione sociale. La persona è unita e non può tollerare la separazione fra senso e produzione: é il lavoro nella sua essenza risponde al bisogno di realizzazione della persona. Una domanda di realizzazione che non è comprimibile. Questo vale in tutti i contesti lavorativi, ma acquista una valenza del tutto peculiare nella cooperazione, dove il lavoro non produce soltanto funzioni, ma anche trasformazioni che coinvolgono tanto il soggetto quanto chi le produce ossia il lavoratore.
1. Il carattere del lavoratore
Marshall, noto economista inglese, aveva intuito quello che John Ruskin aveva formulato in termini ancora più netti: la massima ricompensa del lavoro non è quella che ci permette di guadagnare, ma quella che ci permette di diventare. Il lavoro non produce solo oggetti, produce soggetti.
Mounier lo diceva con altrettanta nettezza: lavorare è fare un uomo al tempo stesso di una cosa. Il tema del lavoro ha dunque a che fare con il tema dell’identità, non è possibile generare un’identità d’impresa biodiversa se non si risignifica il lavoro come elemento trasformativo della persona e della realtà su cui questa agisce. Il primo beneficiario del lavoro è il soggetto che lavora: in ciò che fa deve emergere una esperienza concreta del significato. Senza soggetto non c’è qualità del lavoro, ma solo qualità della prestazione.
Il lavoro non si rendiconta — si valuta.
Il basso valore riconosciuto al lavoro di cura affonda le sue radici in un equivoco di fondo: abbiamo smesso di avere cura del lavoro, perché ci siamo arresi all’idea di doverne solo “rendere conto”. Chiedere a qualcuno di rendicontare un’esperienza di cura è come chiedere a un figlio di giustificare un’amicizia con degli scontrini dinuna serata in pizzeria. Il prezzo non coincide con il costo ed il costo non esaurisce il valore. L’impatto sociale e l’urgenza della valutazione rispondono a questa necessità: la cooperazione sociale deve trovare, insieme a chi beneficia della sua azione, una misura del valore che non sia quella imposta da chi eroga i finanziamenti. Diversamente, continueremo a valorizzare il lavoro sociale in ore e in output, lasciando che siano le metriche dei committenti a definire ciò che conta. Il riconoscimento non può essere solo retorico, ma deve tradursi in diversità e maggiori risorse nel procurement pubblico e in modello di relazione paritetico nei confronti del mondo for-profit. .
II. Labour, Work, Action — nella cooperativa stanno insieme
Il lavoro per essere generativo deve uscire dalla postura dell’impresa sociale “labour-intensive” ossia come organizzazione che definisce la qualità solo contando i posti di lavoro. È un riduzionismo che mortifica il senso e la qualità del lavoro cooperativo, e tiene lontani i talenti e giovani disposti a scommettere su imprese capaci di dare un futuro alla propria vita e capaci di far fiorire la propria comunità. Hannah Arendt distingue tre dimensioni dell’esperienza lavorativa, che nella cooperativa sociale trovano una compresenza rara e preziosa:
Labour — la fatica, il corpo, la necessità. Il lavoro come metabolismo con la natura, ripetuto e ciclico. È la dimensione che il contratto sancisce, che il mansionario codifica.
Work — l’opera, la trasformazione duratura della realtà. La cooperazione sociale lo fa con la comunità, non sulla comunità.
Action — la valenza politica, intesa come azione non neutrale nel mondo. La cooperazione sociale ha cambiato le politiche cambiando le regole del gioco: oggi la qualità del welfare è indissolubilmente legata alla qualità della cooperazione sociale.
Non possiamo raccontare questo valore solo per sottrazione, con la classica provocazione: ‘cosa sarebbe il welfare senza la cooperazione sociale?’. È una domanda legittima, ma insufficiente. Chi è genitore lo sa: con un figlio non si afferma il proprio valore minacciando la propria assenza, ma esplicitando la propria presenza. Il valore non si dimostra per mancanza, ma per contribuzione, per ciò che genera.
La cooperativa non genera posti di lavoro. Genera luoghi di lavoro.
Un posto è uno spazio. Un luogo è uno spazio dotato di significato. Il “come” si lavora, forma il carattere del lavoratore. La dimensione organizzativa assume perciò una rilevanza non solo come mezzo per raggiungere fini economici, sociali o politici, ma come strumento per costruire l’identità: il modello organizzativo non è mai neutro rispetto all’identità dell’impresa. Il luogo di lavoro non è lo spazio in cui certi input vengono trasformati in output. I modelli organizzativi e i modelli di leadership plasmano ciò che siamo. La ricerca in questo campo è inequivocabile: solo l’8% dei lavoratori italiani si sente pienamente ingaggiato (Gallup 2024) e il problema, nella stragrande maggioranza dei casi, è la qualità della leadership. Serve il coraggio, oltre che l’intelligenza, di andare oltre il modello di organizzazione del lavoro ereditato dalla gestione degli appalti. Occorre superare il postulato della rigida divisione tra chi dirige e chi esegue, tra chi è autorizzato a pensare e chi è addetto a mansioni routinarie. La cooperativa sociale non può essere ridotta a labour organization, ma deve essere o tornare a essere, una knowledge organization.
III. La qualità tacita: ciò che nessun protocollo può comprare
Esistono due qualità nel lavoro: quella codificata, misurabile, verificabile e quella tacita, che non si verifica dall’esterno. Le conoscenze tacite emergono solo un ambiente che valorizza la dimensione espressiva e relazionale ossia dentro contesti in cui senso e compenso non si sostituiscono, ma si legano. Non possiamo pensare, in nome delle motivazioni intrinseche, di non sacrificare percorsi di carriera e la valorizzzzione del compenso. Non è così che funziona. La ricerca condotta da AICCON con Federsolidarietà su 380 giovani under 35 ha restituito un quadro che mantiene ancora oggi tutta la sua forza diagnostica. I dati parlano di generazioni che scelgono il lavoro cooperativo non per necessità residuale, ma per motivazione profonda: desiderio di senso, qualità delle relazioni, possibilità di incidere. Il compenso economico, nella scala dei valori dichiarati, risultava l’elemento meno rilevante, ma questo non significa che non pesi. Tra senso e compenso non può esserci un tasso di sostituzione: c’è invece un effetto moltiplicazione. Il compenso non fonda il senso del lavoro, ma lo potenzia e o lo neutralizza. Quando è percepito al di sotto di una certa soglia, anche un’esperienza lavorativa positiva viene percepita come negativa. Perché si attiva un’asimmetria silenziosa e violenta: i valori nominali crescono, il potere reale dei salari si contrae. Chi lavora nella cooperazione sociale vive questa forbice sulla propria pelle ogni giorno.
La distanza tra valore nominale e valore reale del lavoro di cura è la principale fonte di ingiustizia sistemica nel welfare italiano.
I lavoratori dell’economia sociale operano spesso su livelli retributivi che non riflettono né la complessità delle mansioni svolte, né il valore sociale prodotto: un valore che eccede il singolo beneficiario e si distribuisce sull’intera comunità. Si crea così una forbice tra il contributo effettivo al benessere collettivo e il riconoscimento economico individuale, un’asimmetria che non è solo ingiusta, ma strategicamente insostenibile sul piano dell’attrattività del settore. Dal 1990 al 2020 il valore reale dei salari è rimasto sostanzialmente fermo o ha registrato una contrazione, mentre i costi abitativi nei principali centri urbani sono aumentati in misura significativa. La scelta lavorativa nella cooperazione sociale deve diventare concretamente vivibile, non solo possibile in astratto.
IV. Il contratto sociale del 1942 è rotto. Va rifatto.
Oltre alle sfide interne del lavoro cooperativo, c’è un fatto che non si può accantonare, perché influenza tutto il resto: la rottura di un patto. La dimensione redistributiva non regge più la spinta dei nuovi bisogni. Il contratto su cui si è fondata la cooperazione sociale italiana, quello che nasce dalla società che si auto-organizza per rispondere ai propri bisogni, va innovato e solo la cooperazione sociale è in grado di immaginarlo e ripensarlo, insieme al pubblico, alla comunità e ai nuovi attori territoriali.
Quel contratto prometteva tre cose:
-chi lavorava nel sociale avrebbe ricevuto riconoscimento, non solo economico, ma di senso, di appartenenza, di dignità professionale;
-che le comunità sarebbero state protagoniste, non destinatarie passive;
-che lo Stato avrebbe tenuto fede alla promessa dell’universalismo attraverso una rete di protezione che nessuno avrebbe dovuto attraversare da solo.
Quel patto va ripensato, evitando la tentazione sempre in agguato, di adottare una prospettiva darwiniana. C’è una trappola in cui siamo caduti senza accorgercene: l’idea che sopravvivere significhi adattarsi. Adattarsi al mercato, alla pubblica amministrazione, ai nomenclatori, ai massimi ribassi. Ma l’evoluzione darwiniana non è una strategia: è estinzione o fuga, ed è esattamente quello che stiamo osservando: una parte del lavoro cooperativo rischia di perdere la sua identità, un’altra parte è fuggita ed i lavoratori migliori sono andati altrove.
Il welfare non è ciò che rimane nel cestino dopo che l’economia ha distribuito le sue risorse.
Il terzo tempo della cooperazione sociale non si fa con gli avanzi. La bussola non può essere il mercato né la burocrazia, ma l’interesse generale della comunità, ed è su questo che il modello cooperativo ha qualcosa che nessun altro soggetto economico possiede.
V. La pillola rossa
Nel film Matrix, Morpheus offre a Neo una scelta: la pillola blu restituisce il mondo com’è, confortante e opaco. La pillola rossa mostra la realtà per quello che è più difficile, meno gestibile, ma vera e desiderabile da vivere. Il lavoro nelle cooperative sociali è strutturalmente un lavoro da pillola rossa. Non perché sia eroico, ma perché il suo oggetto, la fragilità umana, la vulnerabilità, il cambiamento possibile, non consente la distanza protettiva che altri lavori permettono. Chi sceglie la pillola blu in una cooperativa sociale non smette di lavorare: smette di fare quel lavoro. Continua a occupare una posizione, a erogare prestazioni, a essere rendicontabile. Ma la tensione trasformativa si è spenta e con essa, il valore di cura che il lavoro produceva.
La tensione trasformativa non è un rischio da gestire: è la risorsa da presidiare.
VI. La sfida: tornare ad essere movimento
La parola ‘desiderio’ viene da de-sidera: la mancanza delle stelle. Il desiderio nasce dall’assenza di qualcosa che non c’è ancora. È quella mancanza che mette in moto e che spinge le imprese a rischiare. Il compito perciò non è appena consolidare l’esistente, ma aprirsi.
Gino Mattarelli, all’Assemblea delle cooperative di Assisi, definiva la cooperativa sociale come impresa educativa, capace di promuovere un’azione pedagogica nella misura in cui si apre alla società. Un’apertura che è un invito ad andare “Oltre il giardino”, come indica il tema dell’assemblea che state facendo. Un’apertura possibile, solo se sapremo allestire ambienti, progetti e processi capaci di rendere desiderabile non solo ciò che facciamo, ma ciò che siamo.
L’articolo è tratto dall’intervento in occasione dell’ Assemblea Federsolidarietà Confcooperative, Roma 2026.




