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Lavoro, alla ricerca del senso perduto (oltre lo smart working)

Articolo di Paolo Venturi (Direttore AICCON) e Davide Agazzi (esperto di politiche di sviluppo locale) pubblicato su Corriere Buone Notizie

La crisi in cui siamo immersi sta cambiando il modo in cui concepiamo e valutiamo molte delle nostre scelte di vita. Improvvisamente ci accorgiamo di come gran parte degli schemi in cui eravamo immersi fossero allo stesso tempo fragili, illusori e poco equi.

La pandemia ha costretto il motore economico delle nostre società a fermarsi e ne sta piano piano svelando tutte le mancanze. Accade così che, svegliandosi di soprassalto nel cuore della notte, ci si accorga di aver sacrificato troppo dei nostri desideri, finendo con lo svuotare di senso gran parte del nostro agire.

In un ambiente abitato stabilmente dall’incertezza e dalla paura corriamo il rischio di rimanere bloccati o tutt’al più di avanzare timidamente cercando di adattarci alle trasformazioni in corso. Un approccio che si perde il “meglio” di quello che sta accadendo: la possibilità di cambiare passo e direzione, tornando a dare valore al nostro lavoro e alle nostre città. La possibilità di vivere diversamente.

Se questa transizione è, come crediamo, una trasformazione, significa che occorre una grande mobilitazione in termini d’intraprendenza, coraggio e visione. Ricombinare azione e immaginazione diventa perciò una priorità politica.

Urge un’azione corale (una alleanza tra pubblico, privato ed società civile) capace di ridisegnare il campo delle pratiche e delle politiche, una proposta in grado dare rappresentanza ai segnali, non più cosi deboli, che già oggi sono in grado di farci intravedere l’alba del «dopo»: esperienze d’innovazione sociale, nuove coalizioni, percorsi di rigenerazione e politiche di amministrazione condivisa che si stanno affermando nelle grandi città così come in territori a bassa “intensità” di risorse pubbliche.

La pandemia ha accelerato e prodotto innovazioni di rottura e trasformazioni per certi versi irreversibili, come quelle che riguardano il destino dei luoghi ed il senso del lavoro.

Da dove partire, per costruire un mondo nuovo, se non dal lavoro e da come viene condivisa la ricchezza?

Qual è il significato più profondo del dibattito sullo smart working, oltre le polemiche sull’assenteismo e sulla necessità di tornare in ufficio a presidiare il posto di lavoro, se non che le formule sin qui adottate non hanno più senso in relazione alle nostre vite multiformi e che dobbiamo pretendere maggior controllo sulla nostra quotidianità?

Quella che stiamo vivendo è un’occasione irripetibile per ridisegnare modelli organizzativi e tutele. Ci troviamo di fronte alla più grande operazione di «change management» nella storia delle organizzazioni (Profit/NonProfit/Pubbliche) e non possiamo perdere l’occasione di rendere più «sociali e inclusive» le istituzioni a partire dalla Pubblica Amministrazione.

Serve quindi il coraggio, oltre che l’intelligenza, di andare oltre un modello di organizzazione del lavoro pensato all’epoca della seconda rivoluzione industriale.

Il lavoro infatti è la modalità con cui le persone si realizzano; lavoro è l’impatto che si genera su quel che ci sta intorno, sui luoghi in cui desideriamo crescere e prosperare. La sfida va infatti oltre il ridisegno dei modelli organizzativi e investe i meccanismi di produzione del valore e le ricette per lo sviluppo delle città e dei territori.

Un ripensamento radicale che non può limitarsi a proporre solo una diversa redistribuzione delle risorse, ma che deve immaginare nuove tutele, nuovi percorsi capaci garantire un migliore bilanciamento tra il lavoro e le relazioni sociali e nuovi processi di riattivazione dello sviluppo locale. Da questo punto di vista il fattorino di Amazon che chiede più diritti, il padre o la madre lavoratrice che chiede più flessibilità ed il south worker che cerca un modo per riconciliare ambizioni, competenze ed amore per il proprio territorio, esprimono tutti la stessa richiesta: quella di una nuova stagione capace non solo di ri-formare, ma di ri-sostanziare il valore del lavoro e dei luoghi.

Se c’è un vantaggio che la crisi ci concede è che una larga fetta della società si ritrova così scoperta da sicurezze e tutele che si scopre più libera di rischiare rinegoziando “come” e “dove” investire il proprio tempo e le proprie energie. Trasformazioni che rendono protagonista il Terzo Settore attraverso la piena valorizzazione della sua biodiversità (associativa, imprenditoriale, erogativa) e della sua naturale propensione a costruire alleanze di scopo (distretti, reti, filiere, patti, piattaforme).

Una sfida di ripartenza che chiede alle organizzazioni della società civile di riconoscersi e farsi riconoscere come soggettualità politiche orientate al cambiamento sociale: anello di congiunzione e mediatore culturale tra chi ha di più e chi ha di meno, generatore di opportunità lavorative di senso e valore comunitario.

Fonte: Corriere Buone Notizie