
Londra scommette sul mutualismo per cambiare modello
2 Ottobre 2026Lo sviluppo torni a essere sociale
Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON
Ci sono giornate in cui una comunità decide che cosa vuole diventare e quella del 22 ottobre è stata una di queste. Al tavolo del Patto per il Lavoro, il Clima e l’Economia Sociale il vicepresidente Vincenzo Colla ha presentato la Strategia regionale per l’economia sociale, la prima in Italia, davanti ai rappresentanti della Commissione europea e alla sottosegretaria all’Economia Lucia Albano. Una presenza che va oltre il protocollo e dice che quanto si costruisce in Emilia-Romagna parla all’Europa e al Paese, perché tocca la domanda più radicale che oggi possiamo porci sullo sviluppo.
La giornata è stata anzitutto l’occasione per mostrare l’organicità di un disegno che raramente si vede nelle politiche pubbliche. La delibera sugli indirizzi strategici, l’ingresso dell’economia sociale nel nuovo Patto regionale, il primo bando sperimentale, una mappatura interna per valorizzare e orientare ciò che già esiste rafforzando il coordinamento tra le diverse aree dell’amministrazione e la nascita dell’Osservatorio regionale sull’economia sociale compongono un’unica infrastruttura, non una somma di tasselli, che accompagna il percorso dalla delega alla legge.
Per trent’anni ci siamo chiesti quanto far crescere la torta, poi come dividerla in modo meno diseguale. Sono domande ancora legittime, ma non bastano più, perché la redistribuzione arriva sempre dopo, quando il valore ha già preso la sua forma. La partita decisiva si gioca prima, nel modo in cui la torta viene fatta, con quali ingredienti, quali relazioni, quali mani. L’economia sociale è precisamente un modo di produrre valore che mette al centro la persona, reinveste nella comunità e decide in modo partecipato. Non a caso l’Unione europea, nella revisione del suo Piano d’azione, la indica tra i motori di resilienza, inclusione e competitività, e la colloca tra i quattordici ecosistemi della propria strategia industriale.
La Strategia regionale, articolata in cinque missioni e cinque leve, poteva essere letta in chiave minimalista, come tutela di un mondo meritevole. Ha scelto invece una postura abilitante, che punta a trasformare filiere e territori dentro le transizioni ambientale, digitale, del lavoro e democratica. Si tratta di politica industriale, non di una protesi del welfare, come confermano i numeri.
In regione operano oltre 32mila imprese e organizzazioni dell’economia sociale, il 7% del totale nazionale, che occupano più di 261mila persone e generano 47,8 miliardi di ricavi, rispettivamente il 14% e il 26% del dato italiano. Un addetto su sette lavora qui, dentro una struttura produttiva e non in una nicchia.

Sul metodo vale la pena soffermarsi, perché è forse l’aspetto più innovativo. L’economia sociale attraversa per natura lo sviluppo economico come il welfare, la formazione come l’agricoltura e l’abitare, e nessun assessorato può governarla da solo. La mappatura interna si chiede che cosa esiste, che cosa è adiacente, che cosa è integrabile e che cosa è orientabile. Il lavoro copre ancora meno della metà delle norme, ma restituisce segnali eloquenti. La direzione con più leggi pertinenti è quella dello Sviluppo economico e le azioni esistenti puntano già sull’integrazione con le filiere e sugli ecosistemi territoriali, mentre il riconoscimento normativo resta il tassello più debole. La macchina pubblica pratica l’economia sociale senza chiamarla per nome, e la legge attesa per il 2027 servirà anche a darle un nome e una direzione.
Il primo banco di prova è già aperto. Il bando da 5 milioni per ecosistemi territoriali innovativi chiede agli enti locali di guidare alleanze in cui economia sociale, imprese e ricerca coprogettano e coinvestono. È un bando che qualcuno ha definito disturbante, e lo è nel senso migliore, perché chiede a tutti di prendersi il rischio di sperimentare, a cominciare dalla pubblica amministrazione. Non si finanziano progetti ma alleanze, e la sussidiarietà circolare smette di essere una formula per diventare architettura di policy.
Per chi, come me, studia e fa ricerca su questi temi, tutto questo vale molto più di un’occasione professionale. Per anni abbiamo descritto, misurato, comparato. Oggi ci viene chiesto qualcosa di più impegnativo, contribuire a far accadere le cose, accompagnando la sperimentazione di ecosistemi di nuova generazione capaci di generare economie utili alle imprese che cercano competenze, fiducia e radicamento, e ai cittadini più fragili che domandano non assistenza ma possibilità. Significa mettere la conoscenza al servizio di soluzioni inedite e imparare mentre si procede. La ricerca diventa così la quarta elica di uno sviluppo che ha bisogno di Stato, mercato e comunità, ma anche di sapere condiviso.
L’Europa osserva, il Governo ha avviato il suo Piano nazionale, la Spagna e la Scozia corrono. L’Emilia-Romagna, tra i territori europei più densi di economia sociale, ha scelto di non limitarsi a custodire una tradizione ma di farne un progetto, sapendo che la coesione non è il costo della competitività ma la sua condizione. Ieri non si è chiesto spazio per l’economia sociale dentro lo sviluppo. Si è proposto che lo sviluppo torni a essere sociale.




