
Cultura, Sport e Turismo. Il valore aggiunto del mutualismo per l’Economia Sociale
14 Aprile 2026Londra scommette sul mutualismo per cambiare modello
Paolo Venturi, Direttore AICCON Research Center
La notizia arriva da Londra e merita di essere letta oltre la cifra. Il 25 settembre il governo britannico ha annunciato un Co-operative Development Programme da 10 milioni di sterline per l’Inghilterra, affidato ai sindaci e alle autorità strategiche con l’obiettivo esplicito di far nascere nuove cooperative.
Non si tratta di una misura isolata, perché il programma fa parte di un pacchetto da 210 milioni per rigenerare le high street, che comprende anche un fondo da 125 milioni per gli edifici abbandonati e 65 milioni per aiutare le comunità a rilevare pub, circoli e negozi a rischio chiusura. Co-operatives UK l’ha definito un “game changer“, e per una volta l’enfasi non è fuori luogo. Il punto non è l’entità delle risorse, che resta contenuta, ma la direzione. Il Labour aveva inserito nel manifesto del 2024 l’impegno a raddoppiare la dimensione dell’economia cooperativa e mutualistica, riprendendo una promessa già presente nel 2019. Quell’obiettivo, che molti avevano archiviato come retorica elettorale, comincia ora a tradursi in strumenti. Siamo davanti a una scelta di politica economica e non a un sostegno di settore, perché il governo non finanzia le cooperative esistenti per compensarne le fragilità ma investe sulla forma cooperativa come infrastruttura per generare quella che oltremanica chiamano good growth.
I dati del rapporto Co-operative and Mutual Economy 2026, pubblicato il giorno prima dell’annuncio, spiegano perché. L‘83% delle nuove cooperative è ancora attivo dopo cinque anni, contro il 38% delle imprese britanniche nel loro complesso, e le cooperative hanno una probabilità più che quadrupla di essere datori di lavoro che applicano il Living Wage. Lo stesso rapporto mostra però il rovescio della medaglia, poiché le cooperative sono 8.005, appena lo 0,14% delle imprese del Regno Unito, e lo scorso anno sono cresciute solo dello 0,41%, un ritmo al quale il raddoppio promesso resterebbe un miraggio.
La resilienza del modello non basta a garantirne la diffusione, e senza politiche di sviluppo intenzionali la forma d’impresa più duratura rischia di restare la più rara. C’è poi un secondo elemento che merita attenzione. Le risorse non vanno a un generico sostegno all’imprenditorialità, ma ai luoghi e al modo di abitarli. Strade commerciali svuotate, edifici dismessi, presìdi di socialità che chiudono sono esattamente le fratture in cui il mutualismo fa la differenza, perché trasforma un bene che il mercato abbandona in un bene che la comunità possiede e governa. È la stessa logica delle community shares e dei community buyout che il Regno Unito sperimenta da anni, oggi finalmente riconosciuta come leva ordinaria di rigenerazione.
L’Inghilterra, peraltro, arriva seconda, perché la Scozia ha fatto del Community Wealth Building il perno della propria strategia di sviluppo locale e con il Community Wealth Building (Scotland) Act 2026 lo ha reso un obbligo per gli enti pubblici. L’approccio poggia su cinque pilastri (spesa pubblica, lavoro, terra e patrimonio, proprietà inclusiva, finanza) e chiede alle istituzioni ancora, dai comuni alle aziende sanitarie, di usare appalti, patrimonio e investimenti per far crescere imprese sociali, aziende di proprietà dei lavoratori e cooperative. Più che una politica per il terzo pilastro, è una politica industriale di prossimità.
Per l’Italia e per l’Europa la lezione è evidente. Il Piano d’azione europeo per l’economia sociale, oggi al passaggio della revisione di medio termine, chiede agli Stati membri proprio questo salto, cioè considerare l’economia sociale un modo di fare economia e non un comparto da tutelare. Il nostro Paese dispone di un patrimonio cooperativo e mutualistico senza eguali, ma continua a gestirlo come un’eredità da amministrare più che come una leva da attivare. Il Piano nazionale per l’economia sociale ha l’occasione di invertire la rotta, a patto di fissare obiettivi di crescita misurabili e di affidare ai territori strumenti per generare nuova impresa mutualistica, a partire dall’abitare, dai servizi di prossimità e dalla rigenerazione dei beni comuni.
La vicenda britannica consegna infine un segnale che va oltre i confini nazionali. La sfida politica, democratica e di innovazione sociale si gioca sempre di più sul terreno economico, perché è lì che si decide chi possiede, chi decide e chi beneficia della ricchezza che i luoghi producono.
In questo scenario l’economia sociale e il mutualismo non sono una scelta neutrale né un’opzione tecnica fra le altre, ma una presa di posizione sul tipo di sviluppo che vogliamo, e chi governa a Londra e a Edimburgo sembra averlo capito prima di molti altri.



