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Il terzo pilastro al centro. Proposte per un ruolo contributivo del Terzo settore

Nota di Paolo Venturi (Direttore AICCON) redatta in occasione dei lavori promossi dal Forum Terzo Settore

1* LA NECESSITÀ DI UN’AZIONE CONTRIBUTIVA

La redazione del PNRR richiede un coinvolgimento ampio e plurale, capace di stimolare progettualità trasformative. Le proposte del Terzo Settore e dell’impresa sociale devono, perciò, assumere una visione contributiva: le transizioni oggetto del PNRR saranno, infatti possibili e durature solo se saremo capaci di alimentarle e accompagnarle attraverso progettualità concrete e pragmatiche ad alto valore relazionale e comunitario. Curare le ferite della pandemia e immaginare il “dopo” richiede azioni trasformative e non solo un’ampia e profonda azione di redistribuzione. Draghi nel suo discorso al Senato ha ricordato come “l’unità sia un dovere”: un dovere da perseguire però non nell’uniformità, bensì nella biodiversità degli apporti. A tal proposito il ruolo di istituzioni che generano beni relazionali, reti di solidarietà, servizi di cura e d’inclusione, imprenditorialità sociale e occupazione stabile, risultano imprescindibili per immaginare un futuro buono. Fare proposte, per il Terzo settore, richiede perciò di pensarsi come “asset-holder” ossia portatore di risorse (per certi versi non surrogabili da altri) e non appena come “need-holder” (portatore di bisogni) e come “stake-holder” (portatore d’interessi).

*2 UNA GOVERNANCE PER I BENI COMUNI

Le transizioni e le trasformazioni che dobbiamo agire hanno a che fare con 6 sfide (missioni) dove al centro ci sono delle particolari categorie di beni: i beni comuni. Salute, Ambiente, Coesione, Sviluppo sostenibile non possono essere affrontate senza un’interdipendenza ed una governance collaborativa che ingaggi cittadini, istituzioni e reti orientate all’interesse generale. La gestione dei beni deve essere coerente con la natura degli stessi: i beni comuni (pena il loro fallimento) postulano infatti un protagonismo della comunità (E. Ostrom). La crisi pandemica ha dimostrato in maniera inequivocabile come sia indispensabile includere il “Terzo Pilastro” tanto nella governance quanto nella gestione di questi beni. Il PNRR deve assumere questa prospettiva di “governance allargata” per vincere queste sfide.

*3 DUE PREMESSE

Per poter valorizzare nel PNRR, la biodiversità e l’innovazione (sociale) contenute nel Terzo settore, sono indispensabili due premesse. La prima ha a che fare con la Governance del progetto. È impensabile avere un ruolo “contributivo” se si è fuori dalla cabina di regia che disegna priorità e strategie (restare fuori obbliga da sempre il terzo settore ad una negoziazione continua, spesso al ribasso).

La seconda ha a che fare con gli indicatori da utilizzare per misurare il valore. Quanto più l’impatto sociale sarà centrale nella misurazione delle sfide, tanto più il Terzo settore avrà un ruolo decisivo. Dare alle sfide occupazionali, sociali e ambientali obiettivi d’impatto sociale dilata il valore ed il ruolo del Terzo settore ed è in grado di liberare un’offerta crescente di investimenti e finanza “impact oriented”. Il risultato finale si tradurrebbe in un significativo “effetto leva” tanto sulla domanda (potenziando il ruolo delle imprese sociali), quanto sull’offerta (allargando la platea delle risorse).

*4 RIDISEGNARE FILIERE AD ALTO VALORE SOCIALE

È quindi una prospettiva d’Investimento Sociale quella dentro cui immaginare un ruolo non residuale del Terzo settore. Un ruolo da giocare uscendo dalla tentazione di fare “tailoring” ossia proponendo un piano ad hoc per il proprio settore (su questo tema occorre invece contribuire convintamente alla realizzazione dell’Action Plan sull’Economia Sociale che si sta elaborando in sede europea). È necessario aprirsi per co-costruire con la Pubblica Amministrazione e le imprese una nuova generazione di filiere ad alto valore aggiunto sociale e comunitario. Il PNRR offre al sociale la grande opportunità di ridisegnare le filiere. La strategia “stand alone” oltre ad essere intrinsecamente “residualista” è inefficace dentro una prospettiva guidata da “missioni” che, per loro natura, postulano interdipendenza, intersettorialità e la ricombinazione di risorse. È evidente che su alcune missioni il ruolo delle diverse anime del Terzo Settore può assumere un ruolo trainante (es. nuove povertà, socio-assistenziale, inclusione, educazione, rigenerazione, rigenerazione a matrice culturale, ecc.), in altri può giocare un ruolo integrativo/complementare (es. abitare sociale, cure primarie, agricoltura e circular economy, occupazione giovanile, cura del territorio, ecc.).

*5 PROGETTARE NUOVE INFRASTRUTTURE SOCIALI

Assumere un approccio contributivo dentro (e non fuori o a latere) le missioni del PNRR, richiede al “Not-for-Profit” di non frammentare e disperdere il proprio apporto. È necessario, infatti, densificare le progettualità intorno ad esperienze e soggetti ad alto impatto sociale, promuovendo alleanze di scopo con attori diversi. Non è sufficiente mappare l’esistente e proporlo come soluzione, occorre rappresentarlo come una vera e propria infrastruttura sociale. Dobbiamo candidare una nuova generazione di infrastrutture distribuite, professionali e comunitarie. Nessuno come il Terzo Settore disporre contemporaneamente di asset tangibili (beni immobili) e intangibili (comunità e servizi).

*6 ALIMENTARE UN “EFFETTO LEVA”

Il “Valore Pubblico” e la resilienza del paese sono, infatti, fortemente legati alla natura coesiva e inclusiva delle filiere e alla qualità dell’infrastrutturazione sociale. Due temi, questi, su cui occorre far convergere proposte d’investimento sociale. La ricchissima, e per certi versi unica, presenza e distribuzione sui territori del Terzo settore può e deve essere messa al servizio delle strategie del PNRR. La digitalizzazione, la ri-funzionalizzazione e l’inclusione di molti asset di proprietà e/o gestititi dal Terzo settore, possono essere la base di innesco di nuove strategie legate a cura, ambiente, rigenerazione, cultura. Occorre però ridurre la frammentazione, candidando coalizioni disponibili a co-investire su sé stesse e sulla comunità. Su questo Draghi è stato chiaro quando ha esplicitamente ricordato che l’inclusione del Terzo settore e dei privati va nella direzione di generare un “effetto leva”. Per evitare di passare “dall’effetto leva” al più noto (nel Terzo settore) “effetto stampella” occorre un atteggiamento coraggioso capace di organizzare e ricombinare risorse, asset, servizi e competenze dentro progettualità di medio e lungo periodo e ad alto valore digitale. Il Terzo settore deve saper mobilitare e condividere il proprio giacimento di reputazione e di competenze con attori come la PA (valorizzando al massimo la co-progettazione), le imprese (valorizzando al massimo l’intersezione e il co- investimento) e la comunità (valorizzando il contributo dell’intelligenza collettiva e del volontariato).

*7 UNA PIATTAFORMA PLURALE

Il PNRR verrà ri-disegnato in molte parti ma dovrà integrarsi nella programmazione europea, declinarsi nei suoi assi portanti, rispettando alcuni requisiti economici (es. destinare almeno il 37% delle risorse al clima e alla sostenibilità ambientale ed il 20% a progetti di digitalizzazione). Una piattaforma di sfide su cui occorrerà vigilare per evitare di perseguire una socialità senza socievolezza e una sostenibilità orfana dell’umano. Anche per questo è necessario l’apporto del Terzo settore. Di seguito alcune riflessioni e proposte sintetiche su come ridisegnare le catene del valore negli ambiti rilevanti ed adiacenti al Terzo settore.

*8 AMBIENTE

La transizione ecologica e ambientale vanno pensate solo come un indispensabile processo di riduzione dello spreco e di potenziamento della sostenibilità o possono essere anche il terreno su cui potenziare il ruolo che viene dal basso come le comunità energetiche e le innumerevoli forme di auto-organizzazione? La transizione ecologica da innestare nelle città (epicentro dell’insostenibilità ambientale) sono sufficienti per un ri-equilibrio o è necessario legare queste azioni ad una intenzionale lotta alle disuguaglianze che sempre nelle città hanno ormai raggiunto livelli intollerabili? È corretto pensare come finanziare la riconversione sostenibile delle imprese e al green procurement, ma perché non creiamo una linea di risorse che legano il green all’inclusione sociale? Perché non generiamo nuovi mercati sostenibili per l’inclusione sociale attraverso la transizione ecologica?

*9 SALUTE ED EDUCAZIONE

La cura e la domiciliarità sono aree di investimento pubblico strategiche e indispensabili per garantire un sistema universalistico ed efficace. Nei nuovi investimenti indirizzati alla salute e alla sanità, ci si può permettere di non tenere conto dell’infrastrutturazione sociale, già disponibile, del Terzo settore e della cooperazione? Le cure primarie, le case della salute e gli infermieri di comunità risponderanno solo alle ASL o saranno inseriti in una rete/governance di comunità? La digitalizzazione della filiera sanitaria includerà anche i soggetti che da sempre co-gestiscono ed erogano servizi sociali? L’investimento nelle scuole e nell’educazione sarà in grado di valorizzare l’apporto pubblico delle esperienze che nascono dal basso e che da anni cooperano con la PA? Come rendere “Le Comunità Educanti” delle infrastrutture stabili e sostenibili?

*10 LOTTA ALLE DISUGUAGLIANZE

La lotta alle disuguaglianze si riassumerà in una revisione delle politiche re-distributive o si darà un forte impulso anche all’investimento e alle politiche attive di tutte quelle alleanze di soggetti del civile che concretamente stanno già agendo per l’inclusione e la lotta contro le povertà? Per combattere le disuguaglianze territoriali ci si concentrerà su azioni di finanziamento di progetti “municipali” o si sapranno valorizzare le esperienze di rigenerazione già esistenti come le cooperative di comunità (aree interne) oppure i modelli di “housing sociale” promossi nelle periferie urbane da soggetti pubblici, filantropici e cooperativi?

*11 DIGITALIZZAZIONE E OCCUPAZIONE

La sfida alla disoccupazione saprà riconoscere il valore ed il potenziale di filiere coesive ad alto valore sociale dove l’occupazione è più resiliente ed è connessa al benessere della comunità? L’irreversibile e necessario investimento in digitale del nostro paese (in primis nella PA) si deve fermare alla porta del Terzo settore o può trovare in esso un grande alleato per diminuire le disuguaglianze (spesso connesse ad una visione deterministica del digitale) e per costruire piattaforme digitali inclusive e più democratiche? Come connettere le opportunità tecnologiche e gli investimenti in conoscenza al mondo dell’impresa sociale e della cura alla persona? È possibile immaginare ecosistemi ad alta intensità digitale che includono l’imprenditorialità sociale come attore nelle filiere dello sviluppo territoriale?

*12 UN PATTO PER LE COMPETENZE

Queste sono solo alcune delle sfide sulle quali il Terzo settore, se incluso e finanziato in maniera adeguata, è in grado di fornire un contributo concreto, efficace e qualificante. Sfide che postulano però un grande investimento (che il PNRR deve prevedere) nell’aggiornamento delle competenze di chi opera a vario titolo nel mondo dei “servizi alla persona”. Gli occupati del Terzo settore, platea di persone cruciali per una transizione inclusiva e relazionale, sono fra le categorie più esposte all’effetto “spiazzamento” della tecnologia a causa del forte orientamento “labour intensive” delle filiere sociali. Urge perciò un “investimento radicale e di lungo periodo”, in termini di re-skilling e up- skilling, nella formazione di coloro che sono occupati nel cluster che l’Europa ha definito come “Social Economy and Proximity”. Un investimento indispensabile per fare “da leva” ad una transizione che non separi le prestazioni dalle relazioni e la crescita dallo sviluppo umano.

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