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Il mutualismo come “piattaforma” per una resilienza trasformativa

Contributo di Paolo Venturi (Direttore AICCON) tratto dal Rapporto Biennale sullo stato della Cooperazione 2018-2019

Abbiamo bisogno di ridisegnare il campo di gioco, l’arena dentro cui economia, politica e società operano. Può sembrare un gioco di parole ma, in fondo, le crisi non sono altro che cambiamenti che domandano, sollecitano un cambiamento: più la crisi è profonda e più la domanda sul cambiamento atteso e agito deve essere radicale. Una radicalità da perseguire “insieme”, cooperando.

Un processo che non può essere appannaggio di fughe solitarie e separate (le imprese cooperative da una parte e l’impresa for profit dall’altra; il mercato da un lato e la comunità dall’altro), perché la crescente vulnerabilità e la prospettiva di uno sviluppo diverso, ossia più inclusivo, richiedono di mettere a valore una maggiore e più autentica interdipendenza, una nuova ecologia capace di alimentare contemporaneamente inclusione e competitività.

Dentro il dramma dell’emergenza sanitaria questa naturale propensione a cooperare si è mobilitata in maniera potente, costruendo soluzioni di mutualismo comunitario e d’innovazione sociale stupefacenti. Le reti di volontariato informale aggregate tramite una app, la riconversione delle filiere d’inserimento lavorativo per la produzione di mascherine, le collaborazioni inattese fra makers e ospedali, la dedizione della cooperazione sociale nel rendere esplicita la sua “funzione pubblica” garantendo la cura anche quando non era nelle condizioni di sicurezza.

Potremmo definirlo “fattore Digical” (Digital + Local) quell’elemento emergente capace di rilanciare un’alchimia fra produzione e consumo, fra luoghi e flussi, fra bisogni locali e soluzioni nate per scalare: “Digital First” e “Local First” sono i due imperativi di un nuovo scenario già in allestimento.

Questa eccedenza è frutto di un’alchimia su cui occorre riflettere, che non possiamo permetterci di perdere. Dai territori non è emersa appena una risposta emergenziale, ma la genesi di nuove istituzioni, imprese, reti e governance sperimentali che intorno ad una ritrovata coscienza di luogo hanno messo in campo le proprie risorse e competenze.

Il vero fattore di resilienza non è stato appena la responsabilità nel seguire delle regole, ma l’attivazione di un’intelligenza collettiva, il sentirsi soggetto comunitario. I territori sono, infatti, diventati delle “learning communities” ossia piattaforme che hanno fatto della creazione e della condivisione di conoscenza il proprio fattore di vantaggio comparato, facendo leva sulle motivazioni intrinseche e il senso di appartenenza. In altri termini, è emerso il DNA di un territorio: il suo capitale sociale e culturale nonché il suo “capitale connettivo”.

È stato uno spettacolo veder convergere, anche nella nostra regione, “la comunità della cura” con “la comunità operosa” (A. Bonomi) in maniera intenzionale, senza dover sottoscrivere contratti ma basandosi su patti e reciprocità, così come ha stupito non poco l’impegno delle imprese che, superando le secche della tradizionale visione della CSR, hanno investito sul proprio territorio sostenendo gli ospedali e la protezione civile, da azionisti, consapevoli che il bene (comune) del territorio sia la modalità più adeguata per coltivare la propria competitività. Una responsabilità civile che si traduce nel riconoscersi “abitanti”: sono infatti i territori competitivi a fare le imprese competitive e non il contrario.

Il territorio, infatti, non è appena una dimensione geografica, ma uno “spazio vivo”, frutto della conversazione fra il capitale naturale e quello socio-economico, è un “soggetto” in costante cambiamento.

La competitività dell’Emilia-Romagna ha una origine coesiva.

Il territorio esiste (ossia si genera) nella misura in cui esistono relazioni, scambi, qualcuno disposto a dargli identità e valore, richiede cioè la consapevolezza che cooperare è un atto di mutuo interesse. Senza tutto ciò il rischio è il fallimento, perché anche i territori, come lo Stato e il Mercato, possono fallire.

Questa crisi sanitaria e il conseguente shock che ha generato per la prima volta una recessione economica e sociale (dovuta all’impossibilità nel periodo del lockdown di abilitare relazioni), ha dimostrato come il rischio del “fallimento dei territori” sia possibile non solo nelle “aree interne” del paese o nei margini delle nostre città, ma anche dove “apparentemente” l’economia e la società prosperano.

Ecco che, quindi, per immaginare e percorrere la strada verso “il meglio” occorre una profonda azione di territorializzazione densificando la geografia di cultura e istituzioni comunitarie: imprese, banche, fondazioni, cooperative e reti.

É necessario rilanciare il mutualismo attraverso “patti che condividono mezzi e fini” ossia “patti cooperativi”.

Patti in grado in grado di garantire non solo beni pubblici e beni privati ma anche beni relazionali e beni comuni. Prima ancora della “catena del valore”, occorre ri-categorizzare “gli attori” dello sviluppo: le comunità vanno messe dentro al paradigma e non a latere, non dopo.

É finito il tempo delle soluzioni “da fuori” o “dall’alto, soluzioni che arrivano “già stanche” ancor prima di atterrare sui territori. Dentro questa prospettiva diventa perciò centrale e urgente la missione della Cooperazione di “territorializzare” lo sviluppo, rendendolo più sostenibile e inclusivo.

In un momento in cui si stanno definendo le priorità verso cui allocare le risorse di Next Generation EU, diventa indispensabile potenziare tutte quelle istituzioni economiche e sociali, come la cooperazione, capaci di rendere la nostra regione “antifragile” (N. Taleb) ossia non solo in grado di resistere, ma anche di trasformarsi.

Le economie e i progetti sociali su cui investire non possono più prescindere dall’integrazione fra la dimensione comunitaria/locale, quella culturale e quella digitale.

Tanto il welfare in una prospettiva “community centered care”, quanto l’economia in una prospettiva “inclusiva” richiedono una relaziona armonica e strategica e non semplici “partnership emergenziali o strumentali”. Nel “post coronavirus” economia e welfare devono essere ricomposti, attraverso politiche e strategie che coltivino una nuova convergenza.

La nostra regione deve dotarsi di “missioni” di lungo periodo, in termini di coesione e competizione, misurabili in termini d’impatto sociale. Per questo motivo servono governance ossia coalizioni di attori che convergono su obiettivi legati ad un futuro desiderato e misurabile. Abbiamo bisogno di una politica che stimoli conversazioni. La generatività delle risorse europee passerà dalla nostra capacità di costruire alleanze di scopo intorno ad obiettivi radicali, qualificanti e misurabili in termini di posti di lavoro (dignitoso) e di equità.

La migliore allocazione delle risorse europee non è un “dilemma redistributivo”, bensì “cooperativo”. In termini più espliciti, il successo delle politiche del “dopo” passerà da un’azione inclusiva, collaborativa, una nuova stagione di partecipazione che stimoli la creazione di nuovi contesti.

Se è vero che per contrastare alla radice le povertà educative servono “comunità educanti” allora per rilanciare lo sviluppo servono “nuovi ecosistemi”: filiere, distretti, geo-comunità, patti. Un processo questo che necessita di una forte e diversa intermediazione.

Sembra un paradosso, ma proprio nella società della disintermediazione non è mai stata così forte la domanda di intermediari ossia istituzioni e reti capaci di legare l’intelligenza collettiva alle policy, di connettere la giustizia sociale dentro le politiche, di accompagnare gli irreversibili processi d’innovazione digitale. Il ruolo dei corpi intermedi dentro questa lunga transizione assumerà un ruolo decisivo nella misura in cui si convergerà verso alleanze di scopo (purpose driven).

La cooperazione in questa transizione è chiamata a farsi “movimento” e attore d’interesse generale: un attore imprescindibile per legare la coesione alla competizione e per far rimbalzare l’Emilia- Romagna verso una società a prova di futuro.