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Il turismo italiano cresce, macina record, supera la Francia, pesa oltre il 10% del PIL e il 13% dell’occupazione. Ogni euro speso ne genera 2,5. È la locomotiva del Paese. Eppure qualcosa non torna.
Se il successo si misura in presenze, perché Venezia si svuota di residenti? Se i flussi aumentano, perché nelle Canarie cresce la povertà? Il problema non è l’overtourism come fenomeno quantitativo, è il paradigma. Abbiamo costruito un modello fondato sull’estrazione: estrazione di rendita, di suolo, di relazioni, di identità. Il turismo ridotto a flusso che alimenta uno stock monetario concentrato.

La vera domanda non è come gestire meglio i flussi, ma che cosa devono alimentare quei flussi? Se alimentano solo margini finanziari, producono desertificazione sociale. Se alimentano capitale umano, sociale, culturale e ambientale, allora diventano infrastruttura di futuro.
È qui che entra in gioco il mutualismo come nuovo paradigma territoriale.
In Italia operano circa mille cooperative con attività prevalente nel turismo, molte delle quali in aree interne e periferiche. Non sono un’eccezione folcloristica: sono spesso l’unico presidio economico rimasto in territori fragili. L’84% chiude in utile. Garantisce continuità occupazionale superiore alla media del settore. Non è assistenza. È industria civile.
Il turismo cooperativo non è turismo “buono”. È un modello diverso di produzione di valore. Trasforma l’urbs in civitas. Non si limita a usare uno spazio, ma genera luogo. Non vende esperienze, costruisce relazioni.
Quando una cooperativa di comunità gestisce un albergo in Appennino o un rifugio lungo un cammino, non sta solo intercettando 191.000 camminatori o milioni di euro di indotto. Sta generando presidio sociale, lavoro stabile, identità condivisa. Il turista non è più utente passivo, ma residente temporaneo che contribuisce alla comunità.
Ma il mutualismo non basta evocarlo, va organizzato. Perché oggi la cooperazione turistica soffre due limiti strutturali: frammentazione e dipendenza digitale. Mille micro-imprese isolate, siti senza prenotazione online, dati in mano alle OTA che drenano margini e informazioni strategiche.
Se i dati restano proprietà delle piattaforme globali, alimentano estrazione, se diventano bene comune, possono abilitare politiche territoriali e strategie condivise. Serve allora un salto di scala ed è qui che deve entrare una nuova proposta cooperativa capace di integrare tre prospettive:
Primo fattore: intersettorialità. Il turismo non come settore, ma come innesco di filiere. Cultura, agricoltura, welfare, artigianato, ambiente. Le cooperative culturali, sociali, agricole, di comunità non devono limitarsi a collaborare episodicamente: devono costruire offerte integrate. Non pacchetti, ma patti territoriali. Secondo: cooperazione tra cooperative. Il principio identitario diventa leva competitiva. Consorzi per la promozione comune, centrali di acquisto per servizi digitali, piattaforme condivise di prenotazione diretta. Nessuna cooperativa, da sola, può competere con le grandi piattaforme. Insieme possono costruire una sovranità digitale cooperativa. Terzo: metriche trasformative. Finché misuriamo solo arrivi e presenze, legittimiamo l’estrazione. Dobbiamo introdurre indicatori di capitale sociale generato, di qualità della vita dei residenti, di competenze attivate, di fiducia prodotta.
Operativamente, il tutto potrebbe essere concentrato in progetto con tre azioni concrete. Una piattaforma digitale cooperativa nazionale, interoperabile su base territoriale, per la prenotazione diretta e la gestione condivisa dei dati, con governance mutualistica. Un fondo di investimento cooperativo per l’innovazione turistica nelle aree interne, dedicato a digitalizzazione, accessibilità, formazione di nuove professionalità (destination manager cooperativi, esperti di turismo accessibile, content creator territoriali). Un sistema di valutazione neo-mutualistico, riconosciuto dalle politiche pubbliche, che premi le destinazioni capaci di aumentare la felicità pubblica e la qualità della vita dei residenti, non solo i flussi.
Il turismo è il settore più esposto alla deriva estrattiva. Per questo può diventare il laboratorio della trasformazione. La cooperazione non deve chiedere uno spazio protetto, deve rivendicare regole del gioco diverse. Dimostrare che si può generare redditività senza desertificare relazioni, che si può crescere senza espellere comunità, che si può innovare senza consegnare i dati ai monopolisti digitali.
Il turismo cooperativo non è una nicchia etica, è una proposta di sistema. Se vuole diventarlo davvero, deve accettare però la sfida di organizzarsi su scala, integrare i propri codici genetici, cambiare le metriche con cui misura sé stessa.
La storia della cooperazione è fatta di utopisti concreti. Oggi l’utopia concreta è questa: fare del turismo non un dispositivo di consumo, ma una infrastruttura di civitas. La domanda non è se il turismo crescerà ancora. La domanda è: chi nutrirà? I bilanci di pochi o le esperienze autentiche ed il bene di molte comunità?
📌 Il contributo è tratto dall’intervento di Paolo Venturi in occasione del BITAC Borsa italiana del turismo cooperativo e associativo che si è svolta a Novara il 26 febbraio 2026.
Per saperne di più: https://bitac.org/bitac/




