
Non tradire il desiderio
15 Gennaio 2026
Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON, pubblicato su Il Sole 24 Ore del 4 gennaio 2026
L’intelligenza artificiale non è l’ennesima tecnologia da adottare o respingere come un gadget passeggero. Non si limita a ottimizzare ciò che già facciamo: ridisegna il campo di ciò che riteniamo possibile, razionale, persino inevitabile. Sposta i confini del pensabile, rendendo alcune opzioni invisibili prima ancora che le consideriamo.
La prova più concreta arriva dal Pentagono, che ha consegnato a tre milioni di dipendenti civili e militari la piattaforma GenAI.mil. Alimentata dal modello Gemini di Google e integrata con sistemi come Palantir, non è un semplice assistente vocale: assorbe flussi di dati da sensori, satelliti, radar e catene logistiche e li dispone in un’unica mappa operativa che segnala rischi, stabilisce priorità e genera scenari predittivi. Non preme il grilletto, non ancora, ma ordina il mondo caotico in una sequenza logica prima che un umano decida se e dove sparare.
Come ha scritto un quotidiano americano, è un “potere pre-politico”: plasma la realtà upstream, rendendo certe decisioni non solo facili, ma quasi naturali. Qui si annida il punto decisivo, e pericoloso.
L’AI non decide al posto nostro, ma definisce a monte cosa è “decidibile”. Circoscrive il perimetro cognitivo entro cui le opzioni appaiono “ragionevoli”, gli scarti “irrealistici”, il dissenso “inefficiente”.
Quando un algoritmo suggerisce la scelta più probabile o più efficiente – basandosi su dati storici e probabilità – la decisione politica rischia di travestirsi da necessità tecnica. Il vecchio alibi del “non c’erano alternative” smette di essere retorica e diventa output impersonale di un modello in cui l’alternativa scompare non per complotto, ma per design computazionale.
L’uso quotidiano dell’AI si fonda su una promessa seducente: non far fatica. Riassumere tomi invece di leggerli, farsi suggerire percorsi invece di esplorare mappe aperte, chiedere previsioni invece di deliberare insieme. Questa scorciatoia erode le nostre capacità fondamentali. In Europa, quasi metà dei ragazzi tra 16 e 24 anni dichiara di affidarsi ad algoritmi dei social per orientare scelte quotidiane, dagli acquisti alle opinioni politiche. Non è pigrizia aneddotica, ma un fenomeno strutturale che atrofizza il muscolo del pensiero critico. Il rischio non è l’errore tecnico – i bias si correggono – ma lo svuotamento del pensiero pensante a favore di quello calcolante. Quello che ottimizza e prevede, ma non si interroga più sul “perché”.
Uno studio del MIT Media Lab ha definito questo fenomeno “debito cognitivo”: l’indebolimento progressivo del pensiero critico dovuto all’affidamento eccessivo sui Large Language Models come ChatGPT, soprattutto in ambito educativo. Gli studenti che delegano la risoluzione di problemi complessi finiscono per perdere il senso stesso del problema. Pasolini lo aveva intuito con lucidità profetica: il consumismo non produce solo oggetti da consumare, ma soggetti che si consumano, sacrificando desideri autentici alla logica dell’omologazione. Eppure la storia non è già scritta né determinata da un codice.
L’AI può essere un’alleata del bene comune se usata con intelligenza umana. Strumenti già operativi permettono di individuare pattern di esclusione nei servizi sanitari, prevedere accessi ospedalieri in aree fragili, anticipare l’abbandono scolastico, modellare scenari ambientali per politiche di resilienza climatica.
In questi casi, la tecnologia non sostituisce il giudizio umano, ma lo potenzia: restituisce ai decisori mappe più ricche, non impoverite; rende visibile la complessità perché sia discussa, condivisa e negoziata. Per questo l’intelligenza artificiale è anzitutto un tema educativo e politico, non solo tecnologico.
È un tema cooperativo: nessuno, né il singolo cittadino né lo Stato, può affrontarlo da solo. Richiede alleanze, regolazioni europee e nuove forme di mutualismo digitale. E ci obbliga a scegliere se vogliamo essere ottimizzati per il minimo sforzo o capaci di desiderare la felicità pubblica.
Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 4 gennaio 2026.




